Il Pd deve riprendersi dallo schiaffo di Calenda. Con il conto alla rovescia innescato, deve ricomporre il quadro della coalizione. Mentre Enrico Letta vola a Marcinelle per ricordare il sacrificio dei minatori italiani morti tragicamente in quella miniera, con un bel gesto che piace a sinistra, la cabina di regia di Marco Meloni è in fibrillazione. “Non se ne parla neanche di riaprire ai Cinque Stelle”, rassicura dalla segreteria dem Enrico Borghi. Altri ci pensano, nell’area della sinistra dem.

Peppe Provenzano ci spera, ma pochi lo seguono. L’idea che guida Letta è quello di andarsi a riprendere lo spazio politico della sinistra europea, più che del centrosinistra italiano. Vuole fare del Pd un Spd. E se Luigi Zanda – che annuncia di non ricandidarsi – dice al Riformista: “Il Pd senza Calenda resta quello che era prima”, c’è chi scommette che in futuro il Nazareno non tornerà più ad essere quello che era. Perché i Cinque Stelle, ritirandosi per due terzi, lasciano scoperto quell’elettorato vulnerabile che al Nord come al Sud il Pd lettiano punta a recuperare. Salari, precariato, potere d’acquisto, welfare tornano al centro di una agenda sociale sulla quale i Dem vorrebbero spodestare perfino le sirene della destra dalle periferie delle grandi città. Una virata su cui l’area cattodem di Franceschini segue Letta, nel nome di La Pira.

Tra gli esponenti di Base Riformista prevale la prudenza. I parlamentari uscenti avrebbero pronti i documenti per la candidatura, ma ben pochi sarebbero stati già convocati. Né Luca Lotti né, a quanto risulta, Andrea Marcucci avrebbero ricevuto segnali. Un ex deputato Pd molto sui generis, il teocon Mario Adinolfi, inquadra così la situazione: “Le elezioni le vince il centrodestra, Enrico Letta non ha alcun interesse reale a contrastarlo. L’unico reale interesse di Letta è avere attorno a sé una pattuglia di 80 parlamentari eletti assolutamente fedeli: l’obiettivo del segretario del Pd per il 25 settembre è solo quello di ‘lettizzare’ il Pd, di derenzizzarlo e dezingarettizzarlo”. E a proposito di zingarettiani: il termovalorizzatore – annunciato dal sindaco di Roma, lo zingarettiano Roberto Gualtieri – vascello fantasma nel mare di rifiuti della Capitale, anima un dibattito in rete. Il primo cittadino di Roma dopo aver rivendicato con un tweet il suo Sì convinto alla petizione ‘Un voto per il clima’ (“noi sindaci delle città green siamo pronti a guidare il cambiamento”), è stato bersagliato dagli strali di Giuseppe Conte.

Altro stravolgimento di fronte: l’indimenticabile beniamino di Bettini e Zingaretti attacca il sindaco dem: “Caro Roberto è la stessa firma che metterai per costruire un megainceneritore e diffondere fumi inquinanti?”. La replica del primo cittadino non tarda: “Caro Giuseppe, capisco che sei in campagna elettorale ma tutti i romani conoscono la situazione disastrosa ereditata da Virginia Raggi”.

Sul termovalorizzatore l’inedito fronte 5S-Pd se le dà di santa ragione, mentre le liste del Movimento perdono pezzi prima di iniziare. Rocco Casalino non si candida. Alessandro Di Battista non ha neanche rinnovato l’iscrizione. Virginia Raggi è inderogabilmente fuori gioco a causa dei due mandati. Alle parlamentarie, che ieri alle 14 hanno visto scadere il tempo per presentare le autocandidature, neanche l’ombra dei big più minacciosi per la leadership di Conte. Come sembra fare Letta, anche Conte blinda sé stesso e la sua pattuglia per il prossimo Parlamento. Più Europa ha riconfermato ieri sera l’accordo con i Dem, al centro di un incontro questa mattina. Rinegoziarlo al ribasso potrebbe innescare nuovi mal di pancia. E da quel tavolo, a tendere l’orecchio, si sente uno scricchiolìo ulteriore. Uscito Calenda, qualche lista civica prende le distanze. Quella di Di Maio è dissolta. Quella dei sindaci guidati da Federico Pizzarotti va, come caldeggiato da Piercamillo Falasca, a dare una mano al Terzo Polo. E anche Claudio Signorile, limpida storia riformista, erede di Riccardo Lombardi, lascia il tavolo del centrosinistra per guardare al Terzo Polo. E indirizza una lettera aperta a Renzi e Calenda: “I sottoscrittori, riuniti in Mezzogiorno Federato, ritengono che una nuova forza politica che voglia il cambiamento debba, nell’interesse dell’intero Paese, perseguire la perequazione sud-nord intervenendo per rendere competitivo il Mezzogiorno”.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.