La Nato che si allarga a Nord (Europa), il piano di pace italiano e una guerra lungi dal concludersi. Il Riformista ne discute con l’ambasciatore Giampiero Massolo. Presidente di Fincantieri S.p.A. (dal 2016) e Presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI (dal 2017).

La premier finlandese, Sanna Marin, ha definito l’ingresso del suo Paese nella Nato “un atto di pace”.
Finlandia e Svezia non si sentono sicuri, non si sentono tutelati, e questo perché il comportamento di Putin in Ucraina, aggressione di uno Stato sovrano, li fa sentire insicuri. Ritengono che la garanzia offerta dall’articolo V del Trattato del Nordatlantico, l’attacco ad uno Stato membro è un attacco a tutti e quindi una garanzia forte anche dal punto di vista militare, gli dia maggiore sicurezza. Ovviamente nel farlo, sottolineano che entrano in un’alleanza difensiva, non hanno alcuna velleità bellicista nei confronti della Russia. Con l’ingresso della Finlandia e della Svezia, viene rafforzata la sicurezza collettiva in Europa. E qui bisogna fare delle puntualizzazioni…

Quali, ambasciatore Massolo?
Bisogna, per usare una metafora sportiva, distinguere la lotta greco romana dagli scacchi. La guerra, terribile, in Ucraina, è un confronto militare. L’adesione di Svezia e Finlandia non influisce sulle sorti della guerra. Fa parte del “gioco di scacchi”, che è il futuro ordine di sicurezza in Europa. La guerra un giorno finirà e bisognerà pensare a come si riassesta l’ordine di sicurezza in Europa. Ed è prevedibile che non sarà basato sulla collaborazione. Sarà basato sulla deterrenza, sulla sicurezza, sul confronto. L’ingresso di Svezia e Finlandia fa parte di quest’ordine futuro e corrisponde, specularmente, al rafforzamento che la Russia avrà nel Mar Nero, nella sua conquista del Mare di Azov, e nella sua moltiplicata pressione sui Paesi, Nato e non, ai suoi confini. La Nato, pur nel suo carattere difensivo, si struttura per garantire la pace attraverso la deterrenza, in un ordine europeo che sarà profondamente cambiato dopo la guerra in Ucraina.

L’Italia ha presentato al Segretario generale dell’Onu Guterres un piano di pace in quattro punti. Come valuta questa iniziativa diplomatica?
L’Occidente sta mantenendo sostanzialmente la sua compattezza e si adopera per corrispondere alla richiesta d’aiuto del Paese aggredito, l’Ucraina, e lo fa all’interno del perimetro del diritto internazionale. Nello stesso tempo, non si può non riflettere, con gli ucraini anzitutto, e fra occidentali, su una prospettiva di conclusione di questa guerra, l’endgame. Questo genere di proposte, quella del governo italiano come pure quelle turche, sono degli esercizi di buoni uffici che tendono ad identificare gli elementi che potranno comporre, successivamente, un assetto che consenta una conclusione negoziata del conflitto. Ciò non di meno, non possiamo non constatare che la situazione sul terreno non consente di pensare ancora a un negoziato significativo tra le due parti. Putin ritiene di poter ancora guadagnare sul terreno e di consolidare. Gli ucraini ritengono di avere ancora molto da difendere. Fino a che le due parti non riterranno che i costi superano i benefici, un negoziato significativo non potrà avviarsi. Fermo restando che il cessate il fuoco è nelle mani dell’aggressore.

Parigi prevede che, per quanto riguarda l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, la procedura dovrebbe durare fra i 15 e i 20 anni.
I trattati non prevedono procedure abbreviate e per modificarli occorre essere unanimi. Detto questo, forse una prospettiva ultradecennale mi sembra eccessivamente pessimistica, considerato che siamo in una situazione eccezionale e dare consistenza alla prospettiva europea dell’Ucraina è da un lato doveroso e dall’altro probabilmente aiuta sia a uscire dal conflitto e sia nella costruzione dell’ordine complessivo.

Macron, ha affermato che la pace non può fondarsi sull’umiliazione della Russia. Ma in Occidente è un’affermazione condivisa?
Il passare del tempo fa emergere una diversità di accenti che è anche abbastanza logica. Perché risponde a delle posizioni tradizionali, con il mondo anglosassone, i baltici, i polacchi, il mondo scandinavo, che sono tradizionalmente su posizioni più intransigenti, mentre gli altri europei sono su posizioni più dialoganti. Il che non ha inficiato la compattezza dell’Occidente ma semmai ha stimolato il dibattito sull’endgame. Detto questo, è chiaro che poi ci sarà un dopoguerra per tutti, nel quale bisognerà riuscire, pian piano, a sincronizzare quello che significa salvare la faccia per Putin, quello che significa un risultato accettabile agli ucraini e quello che significa salvaguardare la compattezza dell’Occidente. Questo meccanismo di simultanea convergenza verso un obiettivo non si è ancora messo in movimento.

Siamo passati dalla cornice ideologica dello “Scontro delle civiltà” a quella delle democrazie liberali versus autocrazie?
Il sistema di relazioni internazionali si presta fino a un certo punto a essere letto in una chiave ideologica. Si presta invece molto di più a essere letto in una chiave di equilibri di potenza. Purtroppo quella in cui ci troviamo oggi è ancora una fase relativamente anarchica Qualcuno la definisce G0, e cioè una situazione in cui nessun Paese è da solo in grado di dettare l’agenda globale. Credevamo di andare incontro a un bipolarismo Stati Uniti-Cina. In realtà stiamo andando incontro non già a una dialettica tra democrazie e autocrazie ma a una dialettica tra l’Occidente e il resto. E questo resto vede la Cina come potenza maggiore ma non necessariamente egemone, perché all’interno di quel quadro più o meno indistinto ci sono interessenze, cointeressenze, abbastanza episodiche che si formano e si disfano.

Come leggere gli avvertimenti rivolti dagli Usa alla Cina su Taiwan?
Dall’attuale fase anarchica dovremmo passare, piano piano, ad una fase più ordinata sul piano della governance mondiale. Il problema è che questo passaggio avviene sulla base di un gioco di reciproche influenze. Gli Stati Uniti sono tutt’ora la potenza in qualche modo dominante. La Cina lo vuole diventare. Ovviamente gli Usa non vogliono perdere il primato e la Cina non vuole desistere, anche se in tempi medio-lunghi, dal prenderne il posto. In questo schema ci stanno anche gli avvertimenti, che sono quantomeno bilaterali. Con il suo agire, la Russia ha scombinato questo nuovo riassetto e in questo momento lo ha riportato verso il G0. Ci vorrà più tempo anche per arrivare a un riassetto complessivo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.