La nuova strategia della tensione è appena cominciata, e quello che è successo in Val di Susa ne è stata una plastica e drammatica dimostrazione. Non basta un laconico “sono stati i Black Bloc” per rimettere i peccati di chi quella guerriglia l’ha progettata, organizzata e attuata con metodi che lasciano intuire la complessità del sistema organizzativo che vi sta dietro.

Quello dei “No Tav” è stato puro e semplice terrorismo, attuato con metodi che non possono essere ridimensionati neppure dal più abile imbonitore intellettuale che — come troppo spesso accade — tende a sminuire responsabilità che, oltre ai profili di antigiuridicità, celano un chiaro intento di terrorismo politico. Chi lancia molotov contro le Forze dell’Ordine non è un manifestante, ma un delinquente, un terrorista. Perché chi attacca le Forze dell’Ordine attacca lo Stato, le istituzioni, la Repubblica. Per questo fa riflettere, e non poco, la recalcitrante ritrosia con la quale alcune forze politiche della sinistra esprimono condanne che dovrebbero essere apodittiche e condivise. Il motivo è noto: ci sono troppe connivenze con centri sociali, antagonisti, gruppi universitari violenti e frange anarchiche. Connivenze che non vengono interrotte, legami che non vengono infranti per puro calcolo politico e anche perché, in fondo, una certa sinistra radicale, pur essendosi borghesizzata, si pensa e si interpreta ancora come rivoluzionaria.

Askatasuna è stata la dimostrazione di quanto profondi siano questi legami. A rendere ulteriormente grave il tutto c’è il legame strettissimo con i gruppi pro-Pal e con esponenti palestinesi di dubbia reputazione, per non dire notoriamente legati ad Hamas. I legami tra sinistra radicale e islamismo sono una realtà e un ulteriore elemento di allarme. Per questo non è difficile unire i puntini e notare come un certo mondo di quella sinistra stia mettendo a punto una nuova strategia della tensione con lo scopo di infiammare le piazze, creare insicurezza e sfidare il Governo e le istituzioni. Istituzioni in cui dovrebbero riconoscersi anche coloro i quali stanno all’opposizione e che invece tacciono — pur non condividendone i metodi e le finalità — pur di racimolare da lì qualche consenso. Lo stesso “campo largo” dovrebbe chiarire ai suoi componenti che chi aspira a governare non può intrattenere rapporti con terroristi, antagonisti e fiancheggiatori del terrorismo islamico in salsa palestinese. Perché chi sta con lo Stato non può in alcun modo consentire attività sovversive e criminali.

Eppure, ancora ad oggi, una vera e propria condanna non c’è stata. Ancora ad oggi, a sinistra, nessuno usa la parola “terrorista” per definire questi gruppi criminali. Forse, alla luce di quello che accade e di quello che si profila per il futuro, è il momento di chiarire nettamente le posizioni e di assumersi anche le responsabilità politiche delle proprie scelte. Non è questo il tempo delle ambiguità, dei panegirici, degli arzigogolamenti retorici. Questo è il tempo della chiarezza, della rigidità, della dimostrazione concreta di possedere il senso delle istituzioni.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.