«Oggi questi gruppi sono ancora più strutturati di un tempo. La riprova è la presenza di elementi stranieri provenienti dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio. È un aspetto da non sottovalutare, perché rende molto più difficile identificarli preventivamente. Un conto è conoscere i soggetti che gravitano abitualmente nell’area No-Tav e che, verosimilmente, parteciperanno alle manifestazioni. Un altro è trovarsi di fronte persone che arrivano dall’estero», dichiara Antonio Rinaudo, ex procuratore aggiunto di Torino, il primo a indagare sulla galassia No-Tav.

Dottor Rinaudo, è possibile prevenire quanto accaduto?
«I servizi di intelligence lavorano anche su questo fronte e conoscono i principali esponenti dell’anarchismo francese e di altri Paesi. Ma se a questi si aggregano soggetti nuovi, sconosciuti, diventa tutto molto più complicato. Basti pensare che durante gli assalti alcuni manifestanti chiedevano indicazioni agli attivisti locali per orientarsi nei boschi di Chiomonte, perché non conoscevano il territorio. Questo dimostra quanto sia fondamentale il supporto logistico di chi vive in valle e conosce perfettamente quei luoghi».

Lei ha detto di essere stato una sorta di Cassandra, di aver previsto tutto molti anni fa. Ma oggi, nel 2026, chi sono le persone che lanciano pietre e bombe carta? C’è stato un ricambio generazionale?
«Più che un ricambio c’è stata un’aggiunta generazionale. I leader storici sono ancora tutti presenti. Nicoletta Dosio, per esempio, continua a sostenere le stesse posizioni. Proprio ieri ha rilasciato un’intervista nella quale sosteneva che la devastazione non sarebbe opera dei No-Tav ma dello Stato, e ribadiva che continueranno a opporsi con ogni mezzo. Non c’è stata una sostituzione dei vecchi dirigenti: ai leader storici si sono semplicemente aggiunte nuove leve, esattamente come è accaduto nei centri sociali».

E chi sono questi nuovi soggetti?
«Quando riesci a portare in Val di Susa decine di migliaia di persone con il pretesto di un festival, diventa impossibile fare una mappatura precisa. Tra loro ci sono certamente persone che cercano semplicemente l’occasione dello scontro con le Forze dell’ordine. Della Tav non interessa assolutamente nulla. La stessa cosa accade in tante altre manifestazioni: il tema specifico diventa soltanto il pretesto per esercitare la violenza».

Come giudica le polemiche sul fatto che, dopo gli scontri, ci siano stati soltanto quattro fermi nonostante i circa 160 appartenenti alle Forze dell’ordine feriti?
«Al momento siamo ancora agli inizi. Successivamente la Digos farà il proprio lavoro investigativo, analizzerà i filmati e cercherà di identificare tutti coloro che hanno partecipato agli scontri. È un’attività che richiede tempo. Dopo quasi trent’anni siamo ancora qui a parlare della Tav e del movimento No-Tav. L’opera si è inevitabilmente allungata proprio a causa delle continue azioni di sabotaggio e delle proteste. Pensi che siamo arrivati al punto di dover impiegare l’esercito per proteggere un cantiere. Io sfido chiunque a trovare un altro Paese al mondo dove i militari debbano difendere gli operai che scavano una galleria».

C’è poi il tema dell’atteggiamento di una parte della sinistra verso il movimento No Tav.
«Mi ricorda molto quello che accadeva negli anni Ottanta, quando si parlava delle Brigate Rosse come di “compagni che sbagliano”. Oggi il rischio è minimizzare questi episodi dicendo che, in fondo, sono solo ragazzi che tirano qualche sasso contro le reti del cantiere e che tanto non riusciranno mai a fermare l’opera. Non ci si rende conto del pericolo che si nasconde dietro questi movimenti. Quando certe forme di dissenso degenerano nella violenza, poi diventa molto difficile contenerle».

E si torna sempre ad Askatasuna.
«La sinistra torinese per trent’anni ha tollerato l’esperienza di questo centro sociale e ha finito per trasformarlo quasi in un simbolo. Eppure quella scelta è costata milioni di euro ai cittadini, tra gestione dell’immobile, utenze e spese di sicurezza. Sono costi che andrebbero ricordati ogni volta che si affronta questo tema».

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere