C’è una sottile, quasi rassegnata crudeltà nell’analisi che l’Economist ha dedicato all’Italia nel suo numero di aprile 2026. La tesi è un classico della letteratura anglosassone applicata al “caso italiano”: il nostro Paese è una potenza industriale e commerciale di primo livello che, tuttavia, sistematicamente, “punches below its weight”. Non decide, non guida, preferisce la flessibilità tattica dell’adattamento alla durezza della scelta strategica. Secondo il settimanale britannico, ci muoveremmo con il cosiddetto “complesso di Calimero”: un vittimismo strutturale che ci porta a restare nel mezzo, minimizzando i rischi ma abdicando a ogni forma di leadership internazionale.

La trappola della narrazione e il freno delle rendite

Tuttavia, l’analisi di Londra manca di una prospettiva fondamentale. Come ci insegna il premio Nobel per l’economia Robert Shiller, le nazioni non si muovono solo sulla scorta di variabili macroeconomiche, ma seguono le cosiddette “narrazioni economiche”: storie collettive, contagiose e figurabili che hanno il potere di allineare istituzioni, imprese e capitali. Se l’Italia oggi appare “piccola” è perché è ancora prigioniera di una narrazione che la vede come periferia geografica di un asse franco-tedesco ormai stanco, mentre la realtà dei fatti descrive un corpo che sta già crescendo in un’altra direzione. Non siamo di fronte a un semplice limite caratteriale, ma a una vera e propria zavorra strutturale alimentata da quelli che l’economista Mancur Olson definiva i meccanismi di conservazione delle “coalizioni distributive”. È il riflesso di un sistema che si auto-tutela attraverso una difesa strenua delle rendite e una burocrazia che agisce come un’inerzia sistemica, rallentando quel processo di adattamento necessario per intercettare il nuovo baricentro geoeconomico. Il rischio reale è l’incapacità di una classe dirigente di decodificare il grande ribaltamento in corso: mentre la nostra storica “comfort zone” atlantica segna il passo, il motore della ricchezza mondiale ha già spostato i suoi cilindri verso il Mediterraneo e il Sud globale.

Mentre la politica si interroga sul proprio “peso”, il nostro sistema industriale ha già preso il largo. L’export italiano, che i dati SACE proiettano verso l’ambizioso traguardo dei 700 miliardi di euro, vale oggi circa il 40% del nostro PIL. Non è un dato astratto: è la prova di un’energia vitale che non aspetta il permesso dei palazzi per conquistare mercati nel Sud-Est asiatico, in Africa o nel Golfo Persico. Soprattutto, il sistema-Paese sta già costruendo la sua infrastruttura di potenza marittima. Pensiamo a Fincantieri, un colosso che non si limita a costruire navi, ma presidia la frontiera tecnologica della cantieristica mondiale, o alla nostra Marina Militare, interamente concentrata sul teatro del Mediterraneo allargato. Come spiegava Alfred Thayer Mahan a fine Ottocento, la ricchezza delle nazioni nasce dal controllo delle rotte marittime: la nostra flotta non è un semplice costo militare, ma una condizione economica di esistenza e di sovranità. A questo si aggiunge la recente istituzionalizzazione del CIPOM (Comitato interministeriale per le politiche del mare) e il varo del primo Piano del Mare, segnali di una nuova, seppur acerba, consapevolezza geografica.

La gemmazione: verso la “Repubblica del Mare 2040”

L’Economist conclude che l’Italia dovrebbe “imparare a scegliere”. Ed è qui che il messaggio deve gemmare, superando la critica per farsi proposta. Scegliere non significa diventare aggressivi, ma diventare necessari. Oltre l’80% delle merci mondiali viaggia via mare: il Mediterraneo è tornato a essere un’infrastruttura logistica ed energetica vitale che connette l’Europa industriale al Nord Africa energetico e al Medio Oriente. Suez non è aggirabile: quando il canale entra in tensione, l’intera industria continentale va in apnea. L’Italia non è ai margini di questo spazio; ne è il baricentro obbligato. La trasformazione di questa posizione in strategia deliberata è ciò che dobbiamo chiamare “Visione 2040”. È l’idea di un’Italia che riscopre la propria natura di Repubblica del Mare. Non è un’utopia nostalgica, ma un’evoluzione logica che passa per investimenti già in corso: la nuova diga foranea di Genova e il Terzo Valico per sfidare i porti del Nord Europa, i fondali profondi di Trieste per servire la manifattura mitteleuropea, e la trasformazione di Gioia Tauro nel principale hub energetico d’Europa per i corridoi dell’idrogeno.

La sfida del mare

Il Mediterraneo oggi è un sistema economico e culturale che attraversa i secoli, come intuito da Fernand Braudel. Per l’Italia, l’asimmetria tra un’Europa che invecchia e un’Africa che cresce è la più potente leva di sviluppo mai avuta a disposizione. Ma per coglierla serve un gesto culturale prima ancora che economico: rovesciare la mappa e smettere di guardare a Nord con un timore reverenziale che non ha più ragione d’essere. Nessun Paese diventa ricco contro la propria geografia, ma alcuni diventano ricchissimi quando decidono di usarla. L’Italia deve smettere di comportarsi come se fosse piccola e iniziare a misurarsi con la propria grandezza marittima. Se il 2040 deve essere l’anno della nostra nuova centralità, la rotta va tracciata oggi, superando il “complesso di Calimero” e ritrovando la schiena dritta di chi sa di essere, per storia e per destino, il perno del mare di mezzo. Solo così potremo rispondere all’Economist non con le parole, ma con la forza inarrestabile dei fatti.

Alberto Bertini

Autore