Certo è curioso che da una conferenza programmatica convocata per raccogliere idee su Napoli, da decine di interventi, da non so quanti tavoli tematici dedicati a questo o quel problema, non sia emersa una sola idea degna di una citazione in un titolo di giornale. Curioso, ma assolutamente corrispondente al vero. È evidente che il vero obiettivo della conferenza Pd tenutasi venerdì e sabato ad Agnano non erano le idee per la città. Cosa, allora? Mobilitare il partito, farlo sentire vivo, “riscaldarlo” in vista delle prossime scadenze elettorale, offrire l’ipotetica candidabilità a sindaco di due ministri come Manfredi e Amendola mentre in realtà si lavora per Fico di intesa con il M5s. E, in questo contesto, valutare i rapporti di forza interni. L’iniziativa è servita agli antideluchiani per dire «noi ci siamo». Solo che De Luca ha fatto spallucce e non ha rispettato neanche la forma. «Questo è un partito tribale», ha detto. Gli ha già risposto un ex capotribù come Michele Caiazzo, ex sindaco di Pomigliano: «Parla proprio lui che ha correnti interne ed esterne al Pd».

A parte questo, poi, il governatore ha letteralmente mortificato la conferenza annunciando che le idee per Napoli le avrebbe fornite lui, ma non in quella sede: a fine mese. Come un marchese del Grillo, col petto gonfio, che ribadisce chi è lui e chi sono gli altri. Un atto di scortesia programmato per una conferenza programmatica. Il colmo. Così l’unica certezza acquisita è che il Pd convocherà gli Stati generali a Napoli all’indomani delle elezioni regionali. Insomma, l’idea è di ricominciare d’accapo tra qualche mese, secondo le liturgie ormai consolidate nell’era Conte. Tuttavia, discutere per discutere lascia il tempo che trova. Tanto più quando poi si decide altrove. Sappiamo, ad esempio, che il Pd ha cambiato idea sulla dichiarazione di dissesto da parte dell’amministrazione comunale: ieri ritenuta inevitabile e necessaria (ad esempio da Nicola Oddati, membro della segreteria nazionale) oggi giudicata lesiva dell’immagine della città e degli interessi dei cittadini. Un cambio di passo di cui sfugge la ratio, visto che nulla è cambiato nel frattempo.

Il Pd, però, non voterà il bilancio di de Magistris, almeno così assicura. Il che non risolve il problema di come governare una città indebitata fino al collo. L’impressione che resta è quella di un confuso agitarsi. Mentre molti dossier decisivi continuano a rimanere aperti. Che ne sarà dell’insulso piano strategico per l’area metropolitana appena approvato? Si va avanti con quello? Si profila una drammatica convergenza della questione sociale e della questione criminale, con epicentro Napoli e il Mezzogiorno. Ne parlano tutti. Il Pd ha qualcosa da dire per evitare il peggio? Si vota per le Regionali, nel Mezzogiorno il Pd riconferma i suoi governatori, ma il Pd non crede più nel regionalismo. Non è il caso di chiarire questa contraddizione? Una volta sul punto: che fare del regionalismo differenziato? Bonaccini lo vuole. Qual è, invece, la posizione ultima di De Luca? Quale equilibrio in caso di divergenza?

E che dire sulle gabbie salariali riproposte da Sala? L’intenzione è di aprire una discussione seria con il sindaco di Milano, di andare a “vedere” cosa bolle nella pentola nordista o, per dirla con De Luca, di dichiarare la guerra termonucleare? Infine, tante domande senza risposte all’indomani di una conferenza programmatica costituiscono un evidente paradosso e pongono una questione più generale. Perché il Pd discute molto, decide poco, e quando decide lo fa “a prescindere” dalla consultazione pubblica? Il problema è che il Pd viene, per sua stessa ammissione, da un recente passato tribale, si autorappresenta come una comunità e stenta a diventare una società efficiente. Che altri facciano peggio conta poco.