La seconda ondata del virus, come annunciato da più parti, è arrivata tra la fine del 2020 e l’inizio del nuovo anno. Come si sono comportati gli italiani in quel periodo? I cittadini del Mezzogiorno non proprio bene, almeno secondo un’indagine dell’Istat in base alla quale soltanto il 59% di loro ha utilizzato in maniera costante la mascherina, contro l’84,2% dei residenti al Nord. In altri termini, nonostante l’aggressività del Covid, al Sud ci sono ancora quattro persone su dieci che non indossano il primo e fondamentale dispositivo di protezione individuale.

«Vorrei poter dire che questo atteggiamento dei meridionali derivi da un retaggio culturale, ma non è così – spiega l’antropologo Marino Niola – C’è sicuramente una tendenza maggiore all’indisciplina, ma nel caso dell’uso delle mascherine, il dato è il risultato del maggior senso di civismo che hanno le persone del Nord rispetto a quelle che vivono al Sud. Non usare la mascherina vuol dire essere stupidi e incivili e le conseguenze si sono viste». Negli scorsi mesi, infatti, a Napoli c’è stato un picco di contagio. «Specialmente i giovani hanno mostrato insofferenza alla mascherina e alle regole trasferendo poi il virus agli anziani – commenta Niola – Questo per affermare un malinteso diritto a riunirsi per l’aperitivo e soddisfare i capricci di qualcuno. Ma non tutti i desideri sono diritti».

Anche il desiderio di riunirsi è duro a morire. Il distanziamento pare sia considerato come un optional e non come regola al Sud, dove solo il 51,3% delle persone l’ha rispettato; al Nord invece, la disposizione è stata osservata dal 78,7% della popolazione. «Questi due dati sono espressione di una ragione culturale: al Sud è molto più difficile mantenere le distanze, perché i meridionali hanno una prossemica diversa dai cittadini del Nord che a loro volta sono diversi dai tedeschi – osserva Niola – Noi, quando parliamo, ci avviciniamo molto, superando la soglia della privacy che non è uguale in tutte le culture. Ci tocchiamo, esattamente come Totò nei suoi film. Il fatto distare vicino è talmente interiorizzato che spesso non si riesce a osservare il distanziamento». Il divieto di assembramenti, infatti, è stato rispettato al Nord più che al Sud. «I meridionali, d’altra parte, hanno la tendenza a stare in gruppo e l’abitudine a muoversi raramente da soli – afferma Niola – Al Sud anche fare la spesa è un’attività collettiva: raramente entra una sola persona in un supermercato, il che risulta oggi pericoloso». Niola, però, comprende ma non giustifica.

«Le ragioni culturali aiutano a spiegare e a capire i comportamenti, ma non li giustificano – commenta l’antropologo – Io posso avere tutte le ragioni e i retaggi culturali, ma di fronte all’emergenza anche le tradizioni e i modi di vivere devono essere messi tra parentesi, a favore di comportamenti responsabili». L’Istat non ha specificato chi degli intervistati sia un “negazionista”, quindi convinto che il virus non esista. Verso questa categoria Niola è lapidario: «L’idea che tutte le opinioni meriterebbero rispetto non è vera. Se sono opinioni non fondate su realtà scientifica, sono soltanto cretinate. E non è vero che un’opinione vale l’altra. I negazionisti appartengono a coloro che dicono cretinate».

Nel caso specifico di Napoli, città anarchica per natura, l’avversità alle regole è stata supportata anche dalle istituzioni. È il caso del sindaco Luigi de Magistris, spesso sostenitore di tesi in controtendenza rispetto alle restrittive misure anti-contagio varate da Governo e Regione.  «Il comportamento del primo cittadino ha inciso molto sugli atteggiamenti adottati dai napoletani – sottolinea Niola – perché il sindaco, soprattutto in casi eccezionali come questo, dovrebbe stare tra le persone e rappresentarle in maniera esemplare. Tutto ciò non è accaduto. Anzi, all’inizio della pandemia, abbiamo visto  de Magistris incoraggiare comportamenti irresponsabili. Ha avuto la sua dose di colpe, adottando un comportamento non adeguato al momento che stiamo vivendo».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.