Il geco e Milano è una costruzione stramba, un trucco semantico: eppure viaggiano insieme e lo faranno di più nel futuro della città più futuristica d’Italia. Il geco, morfologicamente primordiale che in tante civiltà antiche è stato adorato come un dio, per il miracolo di perdere la coda e farsela ricrescere a proprio piacimento e per la sua straordinaria adattabilità all’ambiente, molte culture del mondo lo hanno considerato, e continuano a farlo, un portafortuna. Il fatto è che culture e civiltà risiedevano e risiedono in luoghi amati dal sole, in climi roventi, almeno caldi. I gechi stanno al sole e con Milano non dovrebbero averci a che fare, invece le loro teste oblunghe da alcuni anni spuntano dai cornicioni lombardi in estate, e in inverno riposano nei muri intiepiditi dai riscaldamenti.

Tra verità e leggenda metropolitana si narra di un’avanguardia di gechi che diversi anni addietro colonizzò un magazzino di Varese in cui si stoccavano migliaia di casse di un aperitivo famoso. Poi il deposito chiuse e la colonia svanì. E ora il geco ricompare, di anno in anno, con l’arrivo del caldo stampa la sua immagine sopra i muri, senza destare meraviglia danza sotto i lampioni falcidiando zanzare meglio del miglior disinfestante. Le palme di Sciascia sono state capitozzate dal punteruolo rosso. E un mutamento più profondo, consolidato, si insedia nelle società settentrionali, sostituendo una presenza, delle palme, che in fondo si riteneva solo estetica: una chioma esotica che la luce abbagliante dei grattacieli sembrava poter sopraffare in qualunque momento.

Chi ha interpretato la linea della palma di Sciascia come una meridionalizzazione della mentalità nazionale, non ha capito la profondità della sua profezia. Il Nord sarebbe diventato Sud, e lo Zefiro avrebbe varcato le Alpi. Per una colonizzazione impensabile dell’Europa. Il Sud è sempre stato trattato come una questione, un problema, le sue criticità, nella sostanza sono state sempre affrontate con le facce dei ministri di Giustizia e dell’Interno, ora questi sguardi sembrano gli unici ad allungarsi sull’Italia. Il Sud avanza, affamato di terra e di giustizia come sempre è stato, costringerà tutti a guardare il mondo con gli occhi del margine, della periferia.

È l’Europa che diventa mediterranea, sempre più isolata nei giochi mondiali, da marginalizzante a marginalizzata: perché il Sud, quello che da Napoli va giù e poi travalica il mare, è stato visto finora come un aborto. Una parte del corpo di cui poter fare a meno. Invece non si viaggia più, non ci si muove quasi. Qualche Paese rotea le braccia a mulino, ma fa solo aria, o boria. Il geco è un animale preistorico, ha vinto ogni scommessa contro la propria sopravvivenza: si muove di notte, guadagna cornicioni e terrazze, spazza via il gelo. Ha superato la palma nella corsa e brucerà i confini. Il futuro dell’Occidente europeo è il geco. L’Occidente europeo sarà senza futuro se non scende al Sud, giù dopo Napoli, fino a travalicare il mare.