È Natale. Le lucine sbrilluccicano nel buio da fine ottobre e si riflettono sullo specchio d’acqua che abbraccia la città, e su uno scoglio, in un piccolo pezzo di terra in mezzo al mare sorge il carcere di Nisida. È Natale anche lì, per i ragazzi che vivono dietro le sbarre dell’istituto minorile. In questi giorni si fa un gran parlare delle feste di chi vive fuori, la paura dei contagi, vietati abbracci, cenoni e brindisi, ma c’è un altro Natale quello degli ultimi, dei dimenticati.

«Qui a Nisida il Natale è sempre particolarmente strano, ma per questo più evangelico – racconta Don Gennaro Pagano, cappellano dell’istituto minorile – permette di comprendere meglio le sensazioni di quella notte in cui Gesù venne al mondo, una notte fatta di esclusione e di mancanza di posti per questo bambino, ecco forse il Natale di Nisida è un Natale nel quale tutti i ragazzi sognano un posto nel quale sentirsi al sicuro, lontano dalle strade di morte che hanno percorso fino a questo momento». Ma mettere chi ha sbagliato nella condizione di trovare il suo posto in questa società e di lasciare quindi il carcere dopo aver concluso un percorso rieducativo è compito della politica, che a Natale e negli altri giorni dell’anno pare non interessarsi a chi vive in cella. «L’assenza dei politici e la scarsa attenzione verso le strutture carcerarie pesa moltissimo – afferma Don Gennaroperché spesso non si comprende che il carcere va ripensato, deve essere cambiato profondamente, cercando di conciliare le esigenze di giustizia. Non basta scaricare di volta in volta la colpa sull’amministrazione penitenziaria – continua – occorre ripensare il carcere, spendere i fondi per riqualificare gli istituti, perché la vera sicurezza si ottiene se si interviene sulla prevenzione e sul recupero di coloro che hanno sbagliato. Un carcere che restituisce alla società un membro più deviante rispetto al suo ingresso in carcere è un carcere che ha fallito ed è una società che ha fallito, che non ha avuto giustizia ma solo vendetta».

La Chiesa, invece, cerca di essere vicino agli ultimi, oggi il vescovo metropolita Don Mimmo Battaglia sarà a Poggioreale per incontrare i detenuti, Don Gennaro trascorrerà la giornata con i suoi ragazzi, in carcere. «In questi giorni di festa penso soprattutto a quei ragazzi che in questo momento hanno saputo di essere diventati padri o a quella ragazza che passerà il Natale qui in cella lontana dal suo bambino – racconta – Proprio qualche giorno fa dicevo loro che devono imparare a prendersi cura di sè stessi e della propria vita per far sì che ai loro figli non tocchi la stessa condanna che hanno ricevuto loro. Molti dei detenuti sono cresciuti senza genitori o li avevano, ma in carcere. Il regalo più bello che possono fare ai loro figli è distaccarsi da quell’ambiente di morte nel quale hanno sempre vissuto». Ciò che dovrebbero fare le istituzioni, invece, è ricordarsi che una società che non pensa agli ultimi è una società che non ha futuro.

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.