Cinque stagioni, 58 episodi, per ribadire due concetti principali, cristallizzati nel “gran finale” della serie Gomorra. Il primo: chi sceglie la camorra, e più in generale, la malavita muore ammazzato. Il secondo: lo Stato, in tutte le sue forme (e quindi non sono con la repressone) non esiste. Nessuna fiducia nei confronti delle istituzioni. Per lo scrittore e giornalista Roberto Saviano e per gli autori della serie Sky celebrata in tutto il mondo l’unica alternativa alla camorra è la morte. Non il carcere, non la collaborazione con la giustizia, non la possibilità di fuggire e ricominciare una nuova vita. I camorristi non hanno seconde possibilità in Gomorra. Nella vita reale, per fortuna, sì.

Nella serie perdono tutto, a partire dagli affetti familiari (è le storia di Ciro Di Marzio, interpretato da Marco D’Amore, e di Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito, sono il manifesto di tutto questo). Non hanno la possibilità di ritornare sui propri passi. Quindi o fai il camorrista o muori ammazzato. Muoiono gli “infami” (i traditori) come ‘o Munaciello. Muore donna Nunzia che vuole vendicare la morte del marito e finisce con l’essere ammazzata poco dopo aver dato ordine a un commando di fuoco di raggiungere il molo dove si trova la barca che “Don Gennaro” aveva preparato per la fuga.

Un aut aut che è stato costante in queste cinque stagioni dove tutti i principali personaggi sono stati uccisi. Genny e Ciro pure. Nessuno di loro finisce in carcere (solo don Pietro Savastano e Scianel). Nessuno di loro passa dalla parte dello Stato iniziando a collaborare. Chi lo fa è solo per avere un tornaconto come il caso del fedelissimo di Donna Nunzia, moglie del ‘Galantuomo’, che collabora per ‘inguaiare’ Genny e Azzurra e fargli togliere la potestà genitoriale sul figlio Pietro. Oppure chi diventa pentito viene intercettato e ucciso (Patrizia e Michelangelo Levante). Nessuno decide di uscire dal sistema e ripartire lavorando onestamente. Nessuno viene riabilitato attraverso il carcere.

Tralasciando alcuni episodi che poco hanno a che vedere con la realtà (ad esempio il sequestrato del figlio del magistrato) e ricordando che la stessa realtà camorristica napoletana è più agghiacciante e raccapricciante di quello che si vede nella serie (l’omicidio di Antonio Natale è solo uno degli ultimi esempi delle ferocia e dell’efferatezza della criminalità organizzata), Gomorra non boccia soltanto la camorra ma anche, e forse soprattutto, l’assenza cronica dello Stato.

“Anche Gratteri può sbagliare, nessuno è infallibile. Si venga a fare un giro con noi a Scampia, Ponticelli, Caivano, così si rende conto che in questi territori lo Stato non c’è. I giovani con Gomorra si fanno quattro risate”. Queste le parole di Marco D’Amore durante la conferenza stampa di presentazione della quinta e ultima stagione. Una replica stizzita al solito ritornello di “Gomorra esempio negativo”, che va avanti da anni e che può essere considerato attendibile solo da chi non conosce davvero le realtà di Napoli, ma anche di tantissime zone dell’Italia, dove lo Stato fatica a imporre la sua presenza. Una presenza che non riguarda solo la prevenzione e la repressione delle forze dell’ordine e degli organi inquirenti ma riguarda anche i servizi essenziali che dovrebbero essere garantiti (scuola, strutture ricreative) oltre alla cronica assenza del lavoro, soprattuto a livello giovanile.

“Robbè  (Saviano, ndr) scusami se parlo di getto ma sono dieci anni e non ce la faccio più con questa storia” sbottò D’Amore dopo la domanda di un giornalista relativa agli esempi positivi che nella serie mancano. La sintesi finale è la seguente: se fai il camorrista muori ammazzato perché lo Stato non c’è.

 

 

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.