Tra di loro si chiamano «fratelli» ma sarebbero pronti ad accoltellarsi anche solo per uno sguardo, maneggiano armi da quando sono bambini, a scuola ci vanno «ma solo un po’», guardano alle istituzioni come a qualcosa di lontano tanto dalle loro terre quanto dalla loro vita, vivono con l’ossessione per il rispetto, che cercano dove non lo troveranno mai, nelle trame oscure e deformate della malavita. Sono i figli della Gomorra napoletana, i protagonisti di storie di devianza minorile, e sempre più spesso anche di fatti legati alla camorra vera e propria.

Cresce, infatti, il numero dei minorenni in carcere per reati di associazione a delinquere di stampo camorristico, coinvolti in traffici di droga o nel giro delle estorsioni. E cresce anche il numero dei reati commessi da ragazzini e adolescenti: si stima, infatti, che il dato reale sia di ben cinque volte superiore a quello ufficiale. Ebbene sì, se sulla carta la devianza minorile sarebbe un problema più di città come Milano e Bologna, nei fatti è a Napoli che il fenomeno ha proporzioni ben più ampie di quelle che appaiono. Colpa del fatto che si denuncia in un caso su cinque. Questa è una delle statistiche che sta emergendo da uno studio condotto dalla professoressa Maria Luisa Iavarone, ordinario di Pedagogia sperimentale dell’università Parthenope, e dal professor Giacomo Di Gennaro, ordinario di Sociologia giuridica e della devianza dell’università Federico II. “Devianza e uso di armi da parte dei minorenni” è la traccia dello studio promosso dall’ex prefetto Marco Valentini, con la collaborazione del direttore del carcere di Nisida Gianluca Guida e con la procuratrice Maria De Luzenberger, capo della Procura dei minori.

Un’analisi che servirà non solo a far luce sui predittori del rischio potenziale di devianza nelle varie aree della città per consentire controlli più mirati nella sfera della repressione del fenomeno, ma anche a favorire un approccio innovativo, finalizzato a studiare e capire i significati di comportamenti. Si parte da una domanda: perché i giovani delinquono in un determinato modo? E la risposta la si sta cercando scavando nelle storie dei ragazzi reclusi a Nisida, storie di vita vera, testimonianze tanto dirette quanto allarmanti. «L’indagine qualitativa biografica serve a rintracciare quei sentieri “infetti”, l’antigene educativo, precursore che consente di creare poi percorsi di rieducazione precoce» spiega la professoressa Iavarone. Storie che hanno protagonisti diversi ma tutto il resto in comune: la scuola frequentata poco e male, il motorino per le stese e gli scippi, i soldi come status symbol, il rispetto come mantra. Alla prima comunione la bomboniera è una pistola di ceramica e il regalo l’ingresso ai poligoni della camorra.

«Questi ragazzi – aggiunge Iavarone – crescono con un’educazione che li proietta in un immaginario criminogeno, verso una subutopia criminale. Potere, denaro e rispetto sono le categorie interpretative su cui si forgia la loro mente». Con la scuola hanno un rapporto opportunistico, con le istituzioni incidentale e marginale nella loro vita, con la giustizia accidentale, ci inciampano quando va male e si finisce in manette. «I reati più gravi – sottolinea il professor Di Gennaro – sono indicatori non solo di un disagio di un’area di devianza occasionale ma di una prossimità verso uno stile delinquenziale criminale preoccupante». «Bisogna insistere molto sulle politiche di prevenzione – aggiunge Di Gennaro – . Scuola, servizi di accompagnamento a uno stile di vita diverso, sport, tempo libero sono condizioni da sostenere ma in maniera costante e duratura (non si può pensare di risolvere in un anno o due), per abbattere il problema della povertà educativa e dell’evasione scolastica e accompagnare questi ragazzi a inserirsi nel mercato del lavoro in maniera celere e legale, non quindi quello del lavoro nero che li farebbe sentire sfruttati riportandoli verso quello criminale».

LE STATISTICHE

Carcere

Sono 317 in Italia i minori reclusi in istituti penali. A Nisida se ne contano 39, 26 ad Airola. Dei 39 ragazzi che si trovano nell’istituto di Nisida 12 sono minorenni e 27 maggiorenni, cioè giovani adulti. Quello della convivenza di adolescenti e ventenni nello stesso istituto è uno degli argomenti più dibattuti dagli esperti e al centro degli studi sulla devianza minorile. Il nodo riguarda i percorsi di rieducazione e recupero. Si parte dal presupposto che il mondo di un 14enne sia molto diverso da quello di un 20enne, e questo gap trasferito in contesti particolarmente deviati o devianti, come quelli da cui provengono spesso i giovanissimi reclusi negli istituti penali minorili, rischia di avere un effetto negativo sui percorsi di recupero. Gli istituti penali sono i luoghi in cui vengono condotti i minori accusati di reati più gravi. Sono luoghi in cui l’attività di recupero si sviluppa su un piano multidisciplinare, con un operatore socio-educativo di riferimento stabile appartenente all’amministrazione e la collaborazione di associazioni sociali e volontari per le attività culturali e formative.

Comunità

Le comunità sono un’alternativa agli istituti penali per i minorenni. Ministeriali o del privato sociale, sono strutture caratterizzate da una forte apertura verso l’ambiente esterno, nelle quali fanno ingresso i giovani destinatari anche di un provvedimento di messa alla prova o di concessione di una misura alternativa alla detenzione o di applicazione delle misure di sicurezza. Alcune comunità sono connesse ai centri di prima accoglienza. Il tema della rieducazione e del recupero dei minori è estremamente delicato. la normativa è finalizzata a preferire, tranne che nei casi particolarmente gravi, il collocamento dei minori accusati di reati in comunità prevedendo dei percorsi di reinserimento sociale. Dall’inizio dell’anno, in tutta Italia si sono contati 13.528 minori presi in carico agli uffici di servizio sociale, di cui 2.744 sottoposti alla messa alla prova (2.254 alla misura in casa, 490 in comunità) e 245 in misura penale di comunità alternativa alla detenzione (200 in casa e 45 in comunità). I dati sono riferiti sia ad adolescenti sia a giovani adulti, quindi dai 18 ai 24 anni.

Reati

Droga, furti, scippi. Sono questi i reati nei quali più frequentemente si imbattono i giovani della malaNapoli, bambini e adolescenti che finiscono nei giri infernali della criminalità perché vivono in luoghi dove ci sono poche alternative di legalità e grandi vuoti culturali e istituzionali. Secondo dati ministeriali aggiornati al 15 ottobre scorso, sono i reati contro il patrimonio quelli più diffusi e più al centro delle accuse di chi viene condotto in centri di prima accoglienza per essere poi destinato al carcere minorile o alle comunità di rieducazione. Tra i giovanissimi è boom di rapine (271 casi su un totale di 638 delitti di vario tipo), seguono i furti (88 casi), le estorsioni (11). Il trend che riguarda lo spaccio di stupefacenti è in crescita: 155 casi dall’inizio dell’anno, stando alla tabella ministeriale sui delitti a carico dei minori entrati nei centri di prima accoglienza da gennaio a ottobre scorsi. In preoccupante aumento anche i reati contro la persona (124 casi): si tratta in particolare di risse (84 episodi), omicidi volontari (5), tentati omicidi (17), sequestri di persona (5), violenze sessuali (5).

Disagio

Il disagio e il degrado fanno da sfondo a quasi tutte le storie di devianza minorile. Storie che arrivano dalle periferie di Napoli, quelle del centro cittadino e quelle ai margini. Avvocata, Montecalvario e Mercato sono i quartieri dove è maggiore l’incidenza dei crimini commessi dagli adolescenti napoletani. Barra e Ponticelli sono le aree dell’hinterland dove il fenomeno devianza fa registrare maggiori picchi. Lo studio che si sta conducendo su minori e criminalità mira anche a tracciare una mappa del crimine, individuando i giorni, le ore, i luoghi dove i minorenni delinquono più di frequente e questo in un’ottica di prevenzione dei reati. L’età più critica è quella attorno ai 17 anni: sono 17enni la maggior parte dei giovanissimi reclusi che fanno ingresso nei centri di prima accoglienza. Su 253 giovani, 110 hanno 17 anni, 89 sono 16enni, 42 hanno 15 anni, 11 sono 14enni. La stragrande maggioranza è di sesso maschile, ha interrotto precocemente gli studi, è condizionato dall’illusione del denaro facile, vive in un contesto familiare difficile e in un ambiente sociale in genere degradato.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).