Massimo Zedda, il sindaco di Cagliari, è un uomo di sinistra. Non di partito. Figlio di un dirigente del Pci sardo, è nato politicamente con Sel con Nichi Vendola. Stando fuori dai partiti – ma ben piantato a sinistra – mantiene uno sguardo aperto sugli scenari e le prospettive della coalizione.

Sindaco Zedda, due anni fa ci trovammo a ragionare di un centrosinistra di governo. Oggi i sondaggi sembrano dire che i numeri per vincere ci sarebbero. È cambiato qualcosa?
«Sì. Fino a poco tempo fa sembrava che l’obiettivo fosse semplicemente impedire alla destra di eleggere da sola il prossimo Presidente della Repubblica. Era una sorta di ammissione della sconfitta. Oggi invece c’è la consapevolezza che il centrosinistra possa tornare a governare il Paese. Ma per farlo deve costruire una proposta credibile e condivisa».

Lei sostiene che il governo Meloni sia figlio soprattutto delle divisioni dell’opposizione?
«I numeri sono testardi. Se il centrosinistra fosse stato unito, probabilmente avrebbe già vinto. Ma va costruito un programma serio. Prima del leader viene il progetto. Siamo una coalizione plurale, composta da culture diverse. Dobbiamo smettere di cercare ciò che divide e lavorare tenacemente su ciò che unisce».

Quali dovrebbero essere i punti qualificanti di questo programma?
«La questione salariale. I dati europei mostrano che Francia, Spagna e Germania hanno registrato aumenti molto significativi delle retribuzioni reali. In Italia no. Il ceto medio è stato mortificato. Oggi ci sono famiglie che consumano i risparmi per mantenere il proprio tenore di vita. È una situazione che qualche decennio fa sarebbe sembrata impensabile».

E come si affronta questo problema?
«Bisogna sostenere il lavoro, eliminare sprechi e spesa improduttiva, aiutare le imprese a crescere e contrastare chi vive alle spalle degli altri senza contribuire. Dovrebbe essere il programma di qualunque governo: sviluppo, salari dignitosi e tutela delle persone più fragili».

La sanità rimane un’emergenza?
«Sì. Sulla sanità, però, continuiamo a ragionare solo in termini di ospedali, posti letto e liste d’attesa. Invece bisogna investire molto di più sulla prevenzione. Un malato in meno vale più di un posto letto in più. Dalla sicurezza stradale alla lotta all’obesità infantile, fino all’assistenza sociosanitaria per gli anziani: sono tutti interventi che alleggeriscono il sistema sanitario e migliorano la qualità della vita».

Il prossimo governo dovrà muoversi anche in un contesto internazionale molto complicato.
«Nessuno avrebbe immaginato uno scenario come quello attuale. Per questo l’Europa deve rafforzarsi politicamente. Serve una politica estera europea più forte».

Nel frattempo il campo progressista è lambito da molti movimenti: Renzi, Ruffini, Spazio Pubblico di Picierno che guarda al centro…
«Queste dinamiche cambiano continuamente. Il punto non è chi si sposta o chi cambia collocazione. Il punto è costruire un patto di governo attrattivo e inclusivo. Se esiste un programma condiviso, allora possono convivere culture e sensibilità diverse. Senza quel patto, invece, tutto diventa più fragile».

Tra le nuove figure emergenti del centrosinistra c’è la sindaca di Genova, Silvia Salis. La conosce?
«Ci conosciamo, la stimo. È una figura utile al campo democratico e progressista. Ma attenzione: non dobbiamo cadere nella trappola di discutere prima dei nomi e poi dei contenuti. Prima viene il programma, poi si scelgono i migliori interpreti».

Vale anche per il tema delle primarie?
«Io sono nato politicamente con le primarie e non posso rinnegarle. Ma le primarie devono essere un metodo, non una guerra fratricida. Prima bisogna costruire una piattaforma comune. Altrimenti si rischia che il vincitore delle primarie imponga il proprio programma agli altri».

Quanto la preoccupa il fenomeno Vannacci?
«Mi preoccupa perché rappresenta una proposta di estrema destra. Ma aggiungo una cosa: Vannacci è come un virus sfuggito al laboratorio della destra di governo, che da anni concentra il dibattito pubblico quasi esclusivamente su immigrazione e sicurezza. Alla fine rischia di apparire più credibile chi porta quelle posizioni alle estreme conseguenze».

Che cosa può insegnare l’esperienza di Cagliari al centrosinistra nazionale?
«Che amministrare bene è possibile. A Cagliari abbiamo conti in ordine, nessun indebitamento e una forte attenzione ai servizi. Naturalmente non tutto è esportabile a livello nazionale. Però una lezione esiste: i cittadini chiedono risultati concreti, non slogan. Ed è da lì che bisogna ripartire: mettere da parte le divisioni identitarie, costruire un programma credibile e presentarsi agli elettori come una squadra. Non serve l’uomo della provvidenza. Serve un progetto condiviso».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.