Le elezioni francesi parlano anche di noi e direttamente dell’Europa. Esse contengono tante conferme delle analisi critiche sullo stato degli uni e dell’altra, della radicalità della crisi in cui versano, ma anche propongono i germi di qualche possibile diversità da poter guadagnare rispetto a una realtà drammatica e devastante per tanta parte delle nostre società. Sono elezioni senza più la classica contesa tra la destra e la sinistra per la vittoria elettorale. Sono elezioni che pure in un’Europa investita dalla guerra sono state senza una qualche centralità dello scontro tra pace e guerra. Eppure, anche così depauperato, il voto non risulta privo di significati e di messaggi politici che vanno oltre i risultati dei singoli candidati. Sono i risultati che preparano il secondo turno, quello che deciderà chi sarà il Presidente della repubblica francese.

La partita, dopo il voto di domenica, è del tutto aperta a due esiti molto diversi tra loro. Un’eventuale, poco probabile ma non impossibile, vittoria di Marine Le Pen sarebbe la precipitazione nella fine dell’Europa come l’abbiamo conosciuta. Ma anche la vittoria di Macron, dopo il fortissimo risultato di Mélenchon e la realtà sociopolitica che esso ha evidenziato non garantirebbe affatto la continuità né in Francia né in Europa degli assetti in atto e che si vorrebbero perpetuare. Le elezioni francesi, senza più la contesa storica tra gauche e droite, sono la fine di un percorso iniziato da tempo ma che ora giunge alla sua conclusione. In questa cornice, i partiti storici, il partito socialista francese e il partito gaullista, sono scomparsi. Solo qualche tempo fa tutto ciò sarebbe stato semplicemente incredibile. Oggi, essa è una delle misure della crisi irreversibile della politica tradizionale e del mutamento di fondo di tutta la scena politico-istituzionale, a cominciare proprio dal rapporto tra il paese reale e il paese ufficiale, lì dove si approfondisce la scomposizione tra destra e sinistra. Le Monde, sulla base di un’interessante ricerca ha provato a ricollocare i protagonisti delle elezioni in un grafico deprivato dalla sinistra e dalla destra.

Lo spazio è stato ordinato su un’ascissa e un’ordinata che lo ha diviso in quattro sottospazi. L’ordinata indica in basso il conservatorismo liberale, cioè quello che nega i diritti, e in alto, il suo contrario, l’apertura liberale ai diritti e ai bisogni. L’ascissa indica a destra i liberisti, tutti i liberismi, e a sinistra, l’intervento pubblico in economia. Su quest’ultimo, per esempio, Mélenchon sta sul riquadro di sinistra, Macron a destra. La distribuzione dei candidati conferma drasticamente l’uscita di scena del conflitto tra destra e sinistra e la destrutturazione della contesa politica. La tendenza alla personalizzazione della politica sembra così accentuarsi ancora. Dai leader, e non dai partiti, si evincono ora i profili culturali, politico-programmatici e da come essi li presentano agli elettori. La Francia vede ridisegnata la sua fisionomia politica, sia socialmente che geograficamente.

Macron interpreta il pensiero delle élite, delle classi dirigenti. Se non è solo le premier ministre des riches, lo è certo dei ceti medio alti urbani. Laddove si coltiva la vocazione alla continuità dell’ordine delle cose esistenti, malgrado le crisi. Egli lavora a consolidare un centro tecno-moderato che si vorrebbe allargato a sinistra ai moderni riformisti senza riforma, e a destra ai conservatori senza barbarie. Marine Le Pen, aiutata dalla necessità di distanziarsi dall’orrendo Zemmour, per poter competere con speranze di successo e smettere di far paura ai francesi, vi si è avvicinata pur confermando i fondamentali di questa destra nazionalista e non solo. Così lo scontro per la vittoria era sembrato polarizzarsi tra questo nuovo centro e questa destra in cerca di una propria ridefinizione. Esso tornava peraltro, rinnovandoli, sui confini politici territoriali della Francia. Da un lato, la diagonale nord-ovest sud-est, affermata dalla destra di Le Pen dopo aver espugnato anche Pas de Calais, e dall’altra, la Francia della modernizzazione. In concreto, da un lato quel che si chiama la realtà periurbana, cioè le aree intermedie tra città e campagna, e dall’altro, la città, la grande città.

Mélenchon irrompe in questa realtà destrutturata e la modifica perché interviene proprio sulla fascia di confine tra il paese reale e il paese ufficiale. Se è vero che i poveri tendono a non votare più e le regioni povere tendono ancora a votare a destra, con un fenomeno ormai ben conosciuto che va dagli Usa alla Russia, quando povertà e bassa scolarità sospingono verso una ricerca di compensazione delle proprie povertà con l’appartenenza a un Paese forte, imperiale, a una potenza mondiale e nell’identificazione con un leader altrettanto “forte”. C’è, lo dice il voto, ora un’altra possibilità per i mondi popolari e la si trova nella mobilitazione e nella lotta sociale. In Francia, ancora i sondaggi effettuati in questo ultimo periodo ci dicono che proprio oggi, quasi il 90% dei francesi si dice favorevole a quel fenomeno che è stato dei gilets jaunes, forse tornato d’attualità di fronte al violento carobenzina. Sono molti gli studiosi sociali che ci hanno spiegato che una propensione all’astensione in Francia, un’astensione che potremmo definire critica e di separazione dalla politica com’è nella realtà istituzionale, come vive nella democrazia rappresentativa, è particolarmente forte, questa propensione all’astensione, tra i giovani e tra gli operai che sono anche le aeree marcianti del voto a Mélenchon.

La campagna elettorale di Mélenchon ne ha fatto tesoro, proponendo una reinterpretazione della sinistra costruita sul nesso tra classe e diritti, diritti delle donne, delle diversità, di una nuova cittadinanza, di una diversa qualità della vita. Mélenchon non è andato al secondo turno sebbene abbia reso plausibile la possibilità di farlo. Questo sarà un problema per il suo mondo, ma Mélenchon ha conquistato un ruolo di protagonista in questa campagna elettorale, per il suo popolo nella contesa che deciderà chi sarà il prossimo presidente. Ha detto bene Mélenchon: “Neppure un voto per Marine le Pen”. Non l’aveva fatto nelle scorse elezioni. È una scelta politica significativa, ma il fronte repubblicano e la sua disciplina sono scomparse dalla scena politica insieme allo scontro destra-sinistra. Allora, tocca a Macron dimostrare che ha infine capito che c’è una realtà influente alla sua sinistra, una realtà che deve essere riconosciuta come tale.

Per farlo, Macron deve dismettere l’abito di premier ministre des riches e non solo per guadagnare il consenso necessario per vincere, ma soprattutto per il futuro dei francesi e dell’Europa. Il nuovo terreno del conflitto politico potrebbe incominciare subito, è Macron che deve guadagnare i voti che danno vita a un inedito protagonismo di sinistra, quando quello che si esprimeva nella tradizione dei partiti socialisti è scomparso. È Macron che deve raccogliere la lezione di questo voto. Può farlo in mille modi, può farlo annunciano per esempio la rinuncia a misure antipopolari come l’innalzamento dell’età pensionabile, o come, al fine di combattere o almeno ridurre, le diseguaglianze, una politica fiscale orientata a tassare decisamente le grandi ricchezze. Può farlo in mille altri modi, ma per farlo, tocca a lui fare il cambio di passo.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.