Il collasso dei due partiti che hanno strutturato la vicenda elettorale francese negli ultimi sessanta anni, la destra gollista e la sinistra che François Mitterrand aveva portato al potere con il Partito socialista, deve cominciare a farci riflettere sul nuovo paesaggio politico che emerge da queste elezioni. Indipendentemente dal risultato finale, che sarà deciso dal secondo turno delle presidenziali il 24 aprile e dalle successive elezioni legislative, alcuni dati sono chiari sin da ora. Come l’Italia dopo la tornata elettorale del 2018, anche la Francia, lo abbiamo osservato su questo giornale, è divisa in tre parti nello schieramento politico, diverse, peraltro, da quelle emerse cinque anni fa da noi e che si tratta di definire alla luce di quanto si può trarre dai risultati del primo turno.

Se adoperiamo il linguaggio tradizionale della analisi politica, si può dire che le tre parti possono essere definite di centro, di destra e di sinistra estreme o radicali. Questi termini però non ci aiutano a capire molto della realtà della Francia di oggi. Certo, vi è stato uno smottamento verso posizioni più estremiste da parte degli elettori dei due partiti tradizionali e una convergenza degli elettori più moderati dei medesimi sulla candidatura di Macron. Tuttavia, sembra più preciso parlare di un partito nazional-populista per la forza politica di Marine Le Pen, di un partito anarco-populista per quello di Jean-Luc Mélenchon e di una forza europeista per quello di Macron, che esprime la visione delle classi sociali meno deboli, urbane e più riflessive o meglio informate, del corpo elettorale.

Se vi fosse in Francia un sistema parlamentare con un sistema elettorale a dominanza proporzionale (e forse con qualsiasi altro sistema) il Parlamento non sarebbe in grado di esprimere alcuna maggioranza. Ma in Francia il sistema presidenziale, con elezione a doppio turno, permette di selezionare un capo dello stato (e nei fatti del governo) attraverso una procedura che, nel caso presente, può trasformare tre (le tre forze politiche emerse con chiarezza dal voto al primo turno) in due, e poi due (i candidati che vanno al ballottaggio) in uno (il presidente eletto). Domenica scorsa le preferenze individuali degli elettori si sono espresse in modo originale e diverso dal passato. Per lo più nel corso della Quinta Repubblica, l’elettore francese aveva la possibilità di votare al primo turno per il partito e/o il candidato che era la sua prima preferenza (vale a dire il candidato preferito in assoluto) e, nel caso in cui questo venisse escluso dal ballottaggio, al secondo turno votava per quella che nel gergo della dottrina elettorale si chiama la seconda preferenza (vale a dire il “meno peggio” o comunque il preferito tra i candidati ammessi al ballottaggio): ai tempi della “quadriglia bipolare” si trattava di un candidato della stessa famiglia (la destra o la sinistra tradizionali).

L’11 aprile il comportamento di molti elettori sembra essere stato però differente dal passato e guidato da quello che gli attori politici e la stampa francese hanno definito come “voto utile”. In gran parte ciò è stato determinato del fatto che i sondaggi sulle intenzioni di voto sono diventati nelle democrazie occidentali il pane quotidiano dell’informazione politica: dai giornali alla televisione ed ai social media, in particolare quando si avvicinano le tornate elettorali. Nel caso che qui ci interessa illustrare vi erano 12 candidati alla elezione presidenziale. Di questi, nelle ultime settimane, sono emersi dalle ricerche sulle preferenze di voto come possibili competitor al ballottaggio del secondo turno solo tre: Macron, Le Pen e Mélenchon. Dinanzi a questa evidenza, più volte ribadita dai sondaggi, gli elettori hanno rinunciato alla loro prima preferenza spostando il loro voto sulla seconda, rinunciando cioè da subito a dare il voto al candidato che avrebbero preferito in assoluto (ma che non aveva, con tutta evidenza, chances di passare al secondo turno) per favorire uno dei tre esponenti che aveva delle reali possibilità di farcela.

Concretamente, un certo numero (mancano ancora dati certi sui flussi) di elettori che preferiva ad esempio il Partito socialista, a fronte dei sondaggi così negativi per quest’ultimo, ha rinunciato a votarlo ed è passato subito alla propria seconda preferenza, scegliendo sin dal primo turno Macron o Mélenchon. Un fenomeno analogo è verosimilmente accaduto tra gli elettori del candidato ecologista, che evidentemente non sembrava in grado di accedere al secondo turno. Simmetricamente, sull’altro fronte, i potenziali elettori della candidata dei Républicains, Valérie Pécresse, quando i sondaggi delle ultime settimane hanno mostrato che anche per lei non vi erano possibilità di giungere al ballottaggio, si sono decisi a far valere subito la loro seconda preferenza e si sono divisi in buona parte fra il voto a Macron e quello a Le Pen.

Infine, anche nel campo nazional-populista, alcuni di coloro che all’inizio della campagna erano sembrati disponibili a votare per il nuovo candidato Eric Zemmour, quando costui ha iniziato a declinare nei sondaggi, hanno indirizzato il loro voto su Le Pen, benché quest’ultima fino a quel momento costituisse la loro seconda preferenza. Nei fatti, tutti questi elettori si sono comportati secondo una modalità che viene definita “razionale” o “strategica”: hanno scelto sin dal primo turno di abbandonare la loro prima preferenza, provando a portare alla competizione finale il candidato comunque meno sgradito, ma con possibilità di accedere al verdetto finale. Al secondo turno, come sappiamo, sono giunti Macron e Le Pen, preferiti dal 50% circa degli elettori al primo turno. Fra i due la spunterà chi riuscirà a persuadere il maggior numero di coloro che andranno a votare il 24 aprile e che non hanno votato per loro. Costoro – o più esattamente parte di questi – dovranno allora esprimere la loro terza preferenza, che potrebbe anche essere l’astensione.

In altre parole, ad esempio, chi ha votato Mélenchon al primo turno, rinunciando a votare per la candidata socialista, perché questa non aveva chances di finire il ballottaggio, dovrà decidere se la sua terza preferenza è il non voto, o un voto obtorto collo per Macron oppure per Le Pen. (Ciò che ci dà una ulteriore informazione sulla natura del gruppo composito costituito dall’elettorato di Mélenchon al primo turno. Esso fa pensare in qualche misura agli elettori del M5S del 2018: un insieme di soggetti diversi con opinioni politiche che si spalmavano su quasi tutto lo spettro elettorale. Tenuti vagamente e piuttosto brevemente insieme solo dal rifiuto delle istituzioni e dell’autorità). Insomma, almeno metà dei francesi sarà chiamata ad affrontare una opzione difficile e, in certi casi tormentata: astenersi o, più probabilmente, votare per quello che considererà il “meno peggio” tra i due canditati. Da scelte siffatte dipenderà l’esito delle elezioni e il dipanarsi della vita politica francese e non solo dei prossimi anni.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino