A fotografarlo, il Sud, somiglia a una di quelle fontane di cemento grezzo, con al centro un putto o un delfino che sparano in aria un’acqua che è sempre la stessa: cade nella vasca, finisce in uno scarico chiuso e una pompa la rilancia. Una fontana autoalimentata che filtra e rifiltra il medesimo liquido sempre più povero di ossigeno. I pesci rossi che vi abitano guardano il cielo, non nuotano, inscenano penose danze della pioggia, perché solo i temporali eventuali gli potranno portare linfa nuova e speranze di vita. Il Sud, sotto il rischio pandemia, guarda il cielo, aspetta e spera che gli eventi lo salvino, che l’epidemia continui a lambirlo, come ha fatto finora.

Non c’è una resistenza organizzata, qualche tentativo buono, di qua o di là, qualche eccellenza che si auto organizza, tantissima buona volontà e professionalità che imperterrite tentano di trascinare un carico troppo pesante per le loro forze. Niente di sistemico, programmato. Il Sud nasconde il suo affidarsi alla sorte dietro gli strepiti di una classe dirigente fallita da tempo, le bestemmie di un popolo che si è arreso, è già andato o andrà o, in un angolo, farà quel che può per fatti propri. Al Sud l’epidemia non c’è stata, non che qualcuno l’abbia fermata. Si gioca con la sorte, ci si scorda che neanche nel passato sia stata benigna.

Un mare vasto, senza acqua è diventato lago e ora stagno. Una vasca autoalimentata che rigira lo stesso liquido a vantaggio dei pesci che sono stati più forti, più furbi, e adesso con la pandemia rischiano di diventare solo dei fessi, quel genere di fessi che belando pensano di giocare col lupo. Al Sud chi ha distrutto la sanità in tanti anni, adesso dovrebbe farla risorgere in poco tempo. Al Sud chi ha distrutto le sue peculiarità economiche, imprenditoriali, artigianali, adesso dovrebbe rigenerarle. Al Sud i pochi pesci che hanno prosciugato l’acqua di tutti dovrebbero riaprire il mare.

La gente si è arresa, ma l’arte del ragionare non è annegata: le emergenze, ogni emergenza, alle latitudini sudicie, arrivano per portare ossigeno agli stessi pesci che di nuovo inscenano le solite penose danze della pioggia. La pandemia, fino ad adesso non è arrivata perché così ha deciso il fato, ed a quello per l’ennesima volta si sta attaccando il Sud, mentre i suoi governanti giocano a fare gli sceriffi e a tifare che ritornino i temporali a far sopravvivere i loro torbidi stagni. Al Sud si sta come le foglie sul finire dell’estate, che guardano il cielo azzurro sperando che non arrivi il grigio dell’autunno.