Il lockdown è sempre di più un incubo che potrebbe tornare ad avversarsi. Per quello che è stato fatto ma soprattutto per quello che “non è stato fatto”, per la “non strategia” di leggere i numeri del giorno e di cercare di piegare la pandemia con misure parziali, poco incisive e seguite da altre misure di poco più efficaci. E poi per il coordinamento mancato o al limite appena abbozzato tra governo, servizi sanitari ed enti locali, Regioni e Comuni. È questo, in sintesi, il commento alla fase attuale – l’impennata, il boom, record come continuano a titolare i giornali – di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.

Di tempo, insomma, ce ne sarebbe pure stato per provare a fronteggiare la pandemia con strumenti più efficaci. E invece “come in un dejà-vu nel giro di pochi giorni il Governo introduce ulteriori misure restrittive nel tentativo di frenare l’epidemia”, continua Cartabellotta. In mezzo, tra la prima ondata e la seconda – anche se gli esperti non sono concordi con questa divisione: il virus non è mai scomparso – l’estate e il bonus vacanze, il virus dichiarato “clinicamente” scomparso, le discoteche riaperte fino al 16 agosto, le vacanze all’estero di molti italiani, la campagna elettorale e le elezioni, la scuola riaperta senza banchi e senza insegnanti mentre molte famiglie dovranno molto probabilmente tornare a fare i conti con il digital divide. E una serie di scelte prese quantomeno in ritardo, anche se la recrudescenza dei contagi poteva essere prevista guardando agli altri Paesi europei, dove l’epidemia è tornata a mordere prima e più forte che in Italia.

Proprio il modo di agire del governo è, per Cartabellotta, indice della criticità della situazione: “La necessità di emanare due dpcm in una settimana conferma che il contenimento della seconda ondata viene affidato alla valutazione dei numeri del giorno con la progressiva introduzione di misure troppo deboli per piegare una curva dei contagi in vertiginosa ascesa”. L’Italia aveva un vantaggio sul virus, a questo punto polverizzato. E quindi l’emergenza dovrebbe “essere pianificate su modelli predittivi ad almeno 2-3 settimane, perché la non strategia di inseguire i numeri del giorno con uno stillicidio di Dpcm che, settimana dopo settimana, impongono la continua necessità di riorganizzarsi su vari fronti, spingerà inevitabilmente il Paese proprio verso quel nuovo lockdown che nessuno vuole e che non possiamo permetterci”.

IL TRACCIAMENTO – Prima problematica resta il tracciamento dei casi. La Fondazione ricorda che i casi riportati quotidianamente non sono i casi del giorno: dal contagio alla notifica intercorre un ritardo medio di 15 giorni, in quanto il tempo medio tra contagio e comparsa dei sintomi è di 5 giorni (range 2-14 giorni). Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) il tempo mediano tra inizio dei sintomi e prelievo/diagnosi è di 3 giorni (settimana 7-13 ottobre), ma potrebbe allungarsi considerando i tempi di analisi di laboratorio e di refertazione. Resta l’incognita asintomatici. E la comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione Civile non avviene in tempo reale: nella settimana 5-11 ottobre meno di un terzo dei casi è stato notificato entro 2 giorni dalla diagnosi, il 54% tra 3 e 5 giorni e il 14% dopo oltre 6 giorni; e tale ritardo aumenta progressivamente per il crescente numero di casi, spiega ancora la Gimbe. Questo sistema di tracciamento “aumenta la probabilità di sottostimare i casi, perché l’espansione del bacino di asintomatici non isolati accelera ulteriormente la diffusione del contagio”.  Quindi, “gli effetti delle misure restrittive, non valutabili prima di 2-3 settimane, saranno verosimilmente neutralizzati dal trend di crescita della curva epidemica”.

NON ALLINEATI – La seconda problematica individuata da Cartabellotta è “il mancato allineamento tra le misure dei due dpcm e quanto previsto dalla circolare del 12 ottobre del Ministero della Salute”, la quale delineava quattro scenari di evoluzione dell’epidemia con diversi livelli di rischio. “Considerato che diverse Regioni – continua il Presidente – sono ormai nella fase di rischio alto/molto alto, è inspiegabile che le misure raccomandate non siano state introdotte dal nuovo DPCM, che ha seguito le indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico, né attuate dalle Regioni, che hanno partecipato alla stesura del documento”.

LA DISUNITA’ – La “non strategia”, oltre che nelle misure adottate e modificate a stretto giro di giorni, è più chiara che mai guardando all’approccio di sistema basato su responsabilità e alleanza tra politica e cittadini, oltre che sull’efficienza dei servizi sanitari. “Numeri a parte – precisa Cartabellotta – il contenimento della seconda ondata doveva inevitabilmente poggiare, già alla fine del lockdown, su tre pilastri integrati: massima aderenza della popolazione ai comportamenti raccomandati, potenziamento dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri e collaborazione in piena sintonia tra Governo, Regioni ed Enti locali”.

Redazione