Dopo le scintille ieri al vertice di maggioranza – con le nuove condizioni dettate dal M5S ai partner di governo – il quadro che si apre oggi è ancora più confuso. Beppe Grillo ha perso il suo mordente: più predica calma e gesso, più i pentastellati in Parlamento si agitano. E Tentenna, come ormai viene chiamato Giuseppe Conte, ascolta tutti, si riunisce per ore ma non prende posizione. Decide di non decidere. E il suo mercoledì nero, perché prima o poi i nodi vengono al pettine, è arrivato. Il faccia a faccia con il premier Draghi era fissato per le 16.30 (poi anticipato alle 12 ndr).

E già dalla mattinata gli sarà arrivato un messaggio dal tribunale di Napoli, dove l’implacabile avvocato Borré inchioda la dirigenza ad una questione di dubbia legittimità. Lo scoglio maggiore rimane quello interno: la metà dei parlamentari pentastellati vorrebbe ritirare la delegazione dal governo. E a quanto risulta al Riformista la tentazione non è estranea neppure alla stessa compagine: tra i ministri e i sottosegretari ce ne sono alcuni che toglierebbero volentieri il disturbo. Fabiana Dadone, ministra con delega alle politiche giovanili, starebbe premendo per il passo indietro. Federico D’Incà, al contrario, vuole rimanere ben saldo a sostenere Draghi. La sua posizione inquadra quella corrente dei governisti in seno al Movimento – li potremmo definire dimaiani per Conte – che invece scoraggiano la rottura.

E mentre Palazzo Chigi si prepara a ricevere l’ex premier per quella che somiglia sempre più a una trattativa di pace, ieri si è aperta una querelle sul voto di fiducia sul Dl Aiuti. Prima prevista, poi esclusa proprio per disinnescare il pericolo che i 5 Stelle votassero contro o si astenessero, l’opzione è infine ricomparsa. Una ipotesi mai del tutto scartata che sarebbe stata richiesta a gran voce dai capigruppo dei partiti di maggioranza, che avevano rinunciato ai loro emendamenti proprio in virtù della fiducia. Dal Movimento resta la richiesta, si apprende, di rimettere mano al testo nelle norme relative al Superbonus (sollevando le banche cessionarie da responsabilità circa le eventuali irregolarità correlate ai crediti ceduti) e di introdurre un price cap per il gas. Bluff?

Probabilmente, ma con la tensione che si respira e le divisioni che si moltiplicano non è da escludersi un incidente che travalichi le intenzioni. La debolezza della leadership contiana riversa il suo prezzo sulla tenuta del governo. Se Conte non controlla i suoi, e si arriva al “liberi tutti”, tutto può succedere. Senza poter escludere nemmeno una nuova scissione in aula, tra governisti e oppositori. “Se non c’è l’accordo sul Superbonus non possiamo votare la fiducia”, spiega un big 5 Stelle. Nel Dl Aiuti c’è il termovalorizzatore di Roma, ma Conte potrebbe toglierlo dal piatto. Deve però rimanere qualche provvedimento di bandiera che possa consentire all’Avvocato del popolo di tornare a casa cantando vittoria. Il sentiment prevalente resta quello di staccarsi qualora non venissero accolte le richieste. Anche se non tutti propendono per questa tesi. “Come potremmo dire no al Dl Aiuti se contiene misure per 23 miliardi a sostegno degli italiani?”, si chiedono diversi deputati del Movimento 5 stelle. Inoltre l’ipotesi di non mettere la fiducia potrebbe essere una strada per i pentastellati ancor più lastricata di ostacoli, osserva un altro deputato. A pretendere la fiducia, secondo i maligni per mettere alle strette Draghi e trattare su Ius scholae e cannabis con i partner di maggioranza, è stata la Lega.

Il Carroccio ha fatto presente che non porla “sarebbe un precedente grave, perché con noi certe attenzioni non ci sono mai state, quindi si aprirebbe un problema politico”. Aldo Giannuli, politologo che i Cinque Stelle li conosce bene, lo dice chiaramente: “Il clima del rompete le righe c’è. Tutti si stanno facendo i conti per capire se conviene stare in maggioranza o all’opposizione, senza ascoltare troppo Conte”. E poi ci consegna una perla: “I Cinque Stelle non sono un partito, sono uno stato d’animo. E quando si rompe uno stato d’animo, non si ricompone mai”.

Al Nazareno hanno capito che si rischia grosso. ll Pd ha già fatto capire di non voler sostenere il governo da solo qualora i grillini decidessero di staccarsi. Ragionamenti che si colgono anche nella Lega. Il ‘piano B’ dei leghisti non sarebbe quello delle urne subito ma di un governo politico ‘ponte’. “È chiaro che senza M5s – osserva un esponente di primo piano del partito di via Bellerio – non ci sarebbe più un esecutivo di unità nazionale e allora cambierebbero molte cose”.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.