Le intercettazioni a strascico sono state bocciate dalla Corte di Cassazione, dichiarate inutilizzabili dalla cosiddetta sentenza Cavallo pronunciata dalle Sezioni unite, ormai quasi due anni fa. Eppure nella Procura di Napoli c’è chi insiste nell’utilizzarle, c’è chi ne fa un modus operandi al quale proprio non si riesce a rinunciare. Accade poi che alcune di queste inchieste, costruite sulle intercettazioni a strascico, arrivino persino a dibattimento, ma accade anche – perché per fortuna esistono gip che non si appiattiscono sulle conclusioni dei pm – che vengano stoppate prima, nella fase dell’udienza preliminare o sin dalla fase preliminare delle indagini.

Vari pesi e varie misure, quindi. Ma legge non dovrebbe essere uguale per tutti? Come al solito è tutto demandato alla autonomia dei giudici nel prendere decisioni anche in contrasto con le teorie della grande Procura di Napoli, e al modo di agire dei singoli pubblici ministeri. Nell’ultimo mese, sempre a Napoli, ci sono stati più filoni di inchiesta bocciati perché basavano le ricostruzioni accusatorie su frasi carpite con la tecnica delle cosiddette intercettazioni a strascico, una forzatura giudiziaria e investigativa attraverso la quale microspie autorizzate nell’ambito di inchieste per reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia, quindi reati di camorra, vengono usate come esca per intercettare altre conversazioni in contesti diversi, come quelli che hanno a che fare con altre tipologie di reato, come quelli di pubblica amministrazione.

La Cassazione quasi due anni fa ha stabilito che una simile procedura non è condivisibile e che le intercettazioni captate con questo metodo possono essere utilizzabili solo a determinate condizioni, e cioè solo se tra i due contesti diversi ci sono forti legami, solo in caso di reati connessi. E salvo se risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza di reato. Si tratta di paletti che ogni pubblico ministero sarebbe chiamato a rispettare. Usiamo il condizionale perché nella realtà accade che i paletti fissati dalla sentenza Cavallo vengano saltati, arginati in qualche modo. E quindi che dalla Dda, per esempio, partano intercettazioni finalizzate a pescare reati di tutt’altro tipo, ad agganciare persone lontane dall’iniziale contesto investigativo. Nelle scorse settimane, dicevamo, più di un caso a Napoli. Due filoni investigativi sono stati bocciati a causa dell’utilizzo di intercettazioni a strascico.

Nascevano dalla stessa inchiesta madre, coordinata da un pool di pm della Dda che ipotizzavano interessi del clan Mazzarella sul porto di Napoli. In un filone le intercettazioni a strascico erano state messe alla base di una richiesta di misura cautelare nei confronti di funzionari comunali indagati per presunte irregolarità in appalti della zona costiera dell’area est di Napoli: il gip Marco Giordano le ha negate. «Nella vicenda in esame deve ritenersi operante il divieto di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni», scrive il gip. In un altro filone è stato il giudice dell’udienza preliminare a pronunciarsi bocciando il metodo delle investigazioni a strascico: il giudice Leda Rossetti ha disposto il non doversi procedere nei confronti degli imputati, quattordici persone accusate a vario titolo di un giro di mazzette e corruzione al porto. Appena il 7 giugno scorso, poi, il caso dell’inchiesta sulle Universiadi di Napoli dell’estate 2019 che vedeva tra gli indagati il vice presidente della Giunta regionale della Campania, Fulvio Bonavitacola.

Inchiesta chiusa con una archiviazione e intercettazioni telefoniche ritenute inutilizzabili. Tra i pm titolari del fascicolo madre, il pm Henry John Woodcock. Tra i processi con intercettazioni a strascico pronunce dei giudici ancora a macchia di leopardo. Il rischio è che tra bocciature e inspiegabili autorizzazioni a procedere si rischia di perdere la fiducia nella giustizia. Quando accadrà che tutti si muovano sul solco tracciato dalla giurisprudenza della Suprema Corte, che la legge sia applicata allo stesso modo in tutti i processi, che insomma la legge è uguale per tutti smette di essere una sterile incisione sulle pareti delle aule di tribunale?

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).