Della sinistra è una voce libera, pungente, critica quando è necessario, sempre stimolante. È la voce di Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni). Si spazia dal “tafazzismo” della sinistra al rebus Draghi, “novello Attilio Regolo”.

A sinistra si continua a discutere sullo sciopero generale della scorsa settimana indetto da Cgil e Uil. «Piazze piene, urne vuote», ha rimarcato il segretario generale Cgil Maurizio Landini. «Piazze piene, teste vuote», ha replicato su queste pagine Biagio de Giovanni. Professor Canfora, come la mettiamo?
Con le formule non si va molto lontano. Lo sciopero un tempo era molto rispettato. A sinistra, la Cgil era giustamente considerata una forza sociale fondamentale…

E oggi?
Che dire: il fatto che il vertice del Pd sia di ex democristiani induce a ipotizzare che loro si riferiscano soltanto alla Cisl. E siccome la Cisl non ha fatto sciopero, loro ne prendono le distanze. È una ipotesi naturalmente. La sostanza è un’altra, vale a dire che un governo che del movimento sindacale non tiene minimamente conto, va svegliato almeno con questa “arma” fondamentale e quanto mai legittima che è lo sciopero. Tutta questa discussione forse andrebbe rimossa come pleonastica. Salviamo i diritti fondamentali dello Stato democratico.

Discutere fa bene, ma eccedere forse no. La sinistra nelle sue varie articolazioni, rami, agorà, sembra preda della sindrome di Tafazzi…
Purtroppo lo abbiamo detto più volte, anche in nostre precedenti conversazioni. Usiamo questa parola, “sinistra”, magari offendendo i soggetti ai quali ci riferiamo, che non si sentono più di sinistra e al massimo, ma proprio al massimo, quando sono animati da spirito giacobino, si sentono di centrosinistra. La sua domanda è troppo generosa e forse infondata.

Alla luce di tutto questo, la metto giù un po’ brutalmente: c’è ancora vita a sinistra?
I due sindacati che si sono mobilitati il giorno 16, costituiscono quanto sopravvive, e per fortuna non è poco, di un sentimento politico di sinistra. Ma se passiamo agli schieramenti partitici, le cose cambiano. Se lei pensa che il ministro Orlando da qualche mese aveva tuonato contro la delocalizzazione e poi non se n’è più parlato… Per non parlare poi del tema, dolorosissimo e sempre attuale, degli incidenti sul lavoro, sui quali tra la fine di agosto e i primi di settembre i giornali avevano fornito dati. Il ministro Orlando, pungolato dal Presidente della Repubblica che chiese formalmente cosa intende fare il governo su questo fronte, affidò la sua risposta ad alcuni comunicati contorti, il cui succo, tradotto in italiano è: stiamo studiando la possibilità di nominare nuovi ispettori. E quelli che ci sono dopo mesi di ispezioni hanno scoperto l’acqua calda: nove imprese su dieci non sono in regola. Che fare?, direbbe qualcuno. Giro la domanda al ministro Orlando e al premier Draghi.

A proposito di Draghi. Un altro tema caldo di questo fine anno, che resterà tale anche con l’avvento del nuovo, è la corsa al Quirinale. C’è chi lo vorrebbe subito al posto di Mattarella e chi, invece, per ragioni diverse e spesso non esplicitate, preferirebbe che se ne restasse a Palazzo Chigi fino al compimento naturale della legislatura, nella primavera del 2023. Lei come la vede?
Ho letto recentemente una intervista sul Corriere della Sera di Matteo Salvini. Il quale, tutto sommato, ha detto una cosa quasi spiritosa: quello lì, intendendo Draghi, se ne va al Quirinale e io devo restare comunque al governo insieme con il Pd? Cosa che lo irrita non perché il Pd sia Robespierre, ma perché il suo elettorato non lo capisce questo connubio. Dice una cosa che dal suo punto di vista ha buon senso. Quanto poi Draghi al Quirinale o in altro dove. Diciamo due cose: nell’Attilio Regolo del Metastasio, quando lui deve tornare a Cartagine per essere messo in una botte piena di chiodi, gli scappa questa battuta: «S’io vo, chi resta? S’io resto, chi va?». Draghi davanti all’ingresso del Quirinale, che non è lontano da quello di Palazzo Chigi, si sta chiedendo la stessa cosa di Attilio Regolo. Stante che chi va, se non è lui, resta per 7 anni. E non per 2 mesi. La soluzione non so quale sarà e forse non la sa quasi nessuno al momento. Ma probabilmente, è una ipotesi, alla fine Draghi riuscirà, sempre se lo votano si capisce, ad andare al Quirinale e allora ci vorrà un presidente del Consiglio praticamente suo segretario, suo assistente, in maniera che lui governi tutte e due le cose con una riforma istituzionale strisciante o, come direbbero i saggi latini, de facto. Una sorta di presidenzialismo strisciante…

Oppure?
Oppure resta a Palazzo Chigi e al Quirinale mettono una figura di quart’ordine, sempre sua subordinata e lui ugualmente governa tutte e due. Bisogna dire che Giorgetti, un po’ brutalmente, un mesetto fa disse esattamente questo: va al Quirinale ma continua a governare sostanzialmente anche come presidente del Consiglio. Non so se i vari partiti si rassegneranno anche a questo. C’è un proverbio tedesco che dice che ci si abitua, lentamente, anche alla impiccagione. Quando uno muore impiccato non muore immediatamente, ti “abitui” e poi esali l’ultimo respiro. Forse i nostri partiti si stanno abituando lentamente anche all’impiccagione.

Tutta questa ammuina, più o meno dignitosa, avviene mentre il paese combatte ancora gravemente con una pandemia tutt’altro che risolta, vedi la variante Omicron. L’Italia è attrezzata a far fronte anche a questa nuova emergenza nell’emergenza che dura da oltre due anni?
Questa mi pare una domanda molto sbarazzina. E sì, perché non bisogna dirlo, sennò il miracolo Draghi dov’è? San Nicola non so quali miracoli ha fatto, San Gennaro ne fa ogni anno. “San Mario” (Draghi) è stato chiamato in quanto miracolante. Ma se noi cominciamo a dire che le cose vanno male, non benino va, non dico che offendiamo i santi però quasi. Stiamo attenti. Le domande sbarazzine non so quanto siano tollerabili e tollerate. Quando è arrivato, sembrava il messia. Poi via via che faceva un passo, giù applausi da tutte le parti, gli editoriali, le rubriche televisive, «Draghi tutto può» disse uno dei fedeli in una trasmissione. E se le cose stanno così, guai a dire che le cose vanno male. Durante la guerra, ancora nel ’43 quando ormai stavamo per chiedere in ginocchio la pace separata, sulle cartoline postali c’era scritto: Vinceremo.

Questo però è un paese in cui il malessere sociale, per quanto venga silenziato da certa stampa mainstream, c’è, cresce, come crescono le diseguaglianze.
È un fenomeno che anche altri paesi più solidi economicamente del nostro, palesemente patiscono. Siccome molte cose avvengono se la televisione ne parla, altrimenti non avvengono, allora ci si culla nell’idea che il “messia” tutto sommato sta facendo un buon lavoro e quindi andiamo avanti. Poi arriva uno sciopero generale e si grida ohibò, come se si trattasse di un capriccio di alcuni dirigenti. Staremo a vedere. Perché non si può tirare la corda all’infinito, questo è sicuro.

Ci stiamo per congedare dal 2021. È tempo di bilanci. Dal punto di vista di uno storico, quale lei è, questo 2021 come potrebbe essere ricordato?
Siccome è bene sempre guardare anche l’evoluzione e nel caso sia positiva, valorizzandola, io credo che un dato positivo che ha connotato il 2021 già da febbraio-marzo, è che si dà ormai all’ordine del giorno una radicale riforma della struttura punitiva dell’Unione Europea sul piano economico. È all’ordine del giorno un cambiamento dei parametri, dei vincoli, di tutto quel macchinario che c’ha tolto il respiro e che rischia di soffocarci completamente se resta intatto. L’idea che questa roba vada cambiata sta diventando non dico senso comune, ma sta sul tappeto. E questo, a mio avviso, è il succo politico di quest’anno.

Un “nuovo Inizio” per una “nuova Europa” nell’anno che verrà?
Non corriamo con la fantasia, perché non siamo degli utopisti. Però quella che sembrava una bestemmia agli europeisti doc venti mesi fa, adesso non è più tale. Anche il bravo Sassoli, Pd doc, lo ha detto apertamente in una intervista al Corriere: ormai è chiaro che i parametri del debito andavano ritoccati, io l’avevo detto, cancellati, cassati, modificati…Ormai è questo che circola. Ma non sarà un pranzo di gala. Abbiamo sempre, parlo dell’Europa, un ministro delle Finanze tedesco, che è il capo del Partito liberale, il quale la pensa come Schäuble, come Dombrovskis, e quindi bisognerà fare i conti anche con lui. E non c’è solo la Germania. La Francia non è disposta, credo, quale sia il governo che verrà fuori dalle presidenziali del 2022, a subire una posizione subalterna. C’è movimento, c’è possibilità di cambiamento. Verrebbe quasi da dire che quando Berlusconi fu cacciato brutalmente dal governo, nel 2011, il suo ministro Tremonti sostanzialmente queste esigenze poneva, e fu allontanato da Draghi, allora presidente della Bce, e dagli altri due membri della troika europea. La ruota della storia gira.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.