«Guai a derubricare questa brutta vicenda a un fatto di cronaca nera, anche se il nero è il colore ideologico dei protagonisti, o ridurre il tutto a un becero quanto marginale nostalgismo. Il fatto è che il fascismo non è morto a nel 1945». A sostenerlo è Luciano Canfora, filologo, storico, saggista. Professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni).

Una serie di “lavatrici”, “imprenditori col giro di nero“, il “black”. E poi “un gruppo trasversale, diciamo esoterico, dove ci sono diversi massoni, ammiratori di Hitler, ex militari”. È destinata a far discutere l’ultima inchiesta del sito Fanpage.it. Ma anche a creare imbarazzo all’interno di Fratelli d’Italia. Tre anni fa, nel 2019, un giornalista di Fanpage si è finto un uomo d’affari e ha iniziato a frequentare un gruppo di personaggi di estrema destra a Milano. A guidarlo Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone nero“, già candidato alla Camera da Fdi nel 2018 e condannato a due anni per apologia del fascismo. Incontrando Lavarini il giornalista di Fanpage si imbatte in Carlo Fidanza, europarlamentare e capo delegazione di Fratelli d’Italia. E giù esaltazioni di Hitler, antisemitismo a gogò, con lo strascico di minacce e invettive contro gli stranieri “invasori”.

Professor Canfora come la mettiamo?
La mettiamo male. O per meglio dire, siamo messi proprio male male. Su questo ho avuto modo in passato di dire più volte la mia: il fascismo non è mai finito. Non solo perché non è finito in Italia, nonostante tutto, ma perché nel resto del mondo ha prosperato fin dai tempi in cui Francisco Franco offriva le basi spagnole all’America, coccolato dal segretario di Stato John Fuster Dulles. Il fascista Franco è rimasto al potere per altri trent’anni. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Per non parlare poi del fascismo sudamericano e di tutto quello che il globo terrestre ci offre e che fingiamo di non vedere, perché alcuni giornalisti puritani si compiacciono della frase “il fascismo è morto nel 1945”. Una frase idiota. Gobetti disse che il fascismo era l’autobiografia della nazione italiana. Forse un’asserzione molto pessimistica ma che coglieva un elemento di verità…

Vale a dire?
Le pulsioni profonde da cui venne fuori il mussolinismo non si sono affatto estinte. E dopo la crisi dell’Est e la fine dei partiti di sinistra si sono di molto rafforzate. Mi lasci fare il mio mestiere di storico..

Prego…
La discussione sul fascismo mai morto non è cominciata avantieri, ma dura da quando Mussolini è stato appeso a Piazzale Loreto. Nel suo Golia, tradotto in Italia nel 1946, Giuseppe Antonio Borgese volle dare un messaggio chiaro: il fascismo è caduto, ma dipenderà da noi la sua definitiva scomparsa. Devo ricordare l’intervento parlamentare di Concetto Marchesi nel 1949: il fascismo non è morto, ma ha varcato l’Atlantico? E ci siamo dimenticati del conflitto violentissimo suscitato nel 1960 dall’allora premier Tambroni con la sua apertura al Movimento Sociale? E per venire ai giorni nostri, la ricetta della Lega di Matteo Salvini è un mix di demagogia e di nazionalismo xenofobo. La stessa che dominava nelle cucine in camicia nera. Il populismo di Mussolini denunciato da Gramsci si basava su riforme e iniziative anche di gran successo, come i treni popolari, il dopolavoro, le colonie per i bambini, le associazioni femminili: il tutto coniugato con il razzismo e l’antisemitismo. Una politica tendente ad avere il consenso delle masse anche tramite l’odio per i ‘diversi’ e gli stranieri la pratica Giorgia Meloni, alleata di Salvini e discepola del missino e poi deputato di Alleanza Nazionale Teodoro Buontempo, che orgogliosamente rivendicava i suoi trascorsi di “proletario fascista’ e vantava l’operato della destra sociale. La storia si ripete. Vede, spesso per raccontare fenomeni deteriori, si utilizza la parola “populismi”. Parola educata, un po’ conformista. Io non parlerei tanto di populismi quanto di politica fascistoide. Il rischio di un ritorno del fascismo è dietro l’angolo. L’eternal fascism, l’Ur-Fascism di cui ci parlò, fra gli altri, Umberto Eco. Nel fascismo si sprofonda per slittamenti progressivi. Il fascismo spesso appare rispettabile, normale ai benpensanti, tanto liberali quanto conservatori, nonostante l’evidenza di alcuni suoi tratti fondamentali e ineliminabili quali la soppressione dei partiti, la fine della libertà di espressione, l’aizzamento e la conseguente mobilitazione contro un nemico su cui convogliare una ostilità di massa, forme demagogiche e incisive di Stato sociale che però non disturbino troppo il ceto proprietario.

Professor Canfora, la butto giù brutalmente. Anche alla luce di queste tristi vicende, c’è ancora vita a sinistra?
Scarsa. Parlavo in questi giorni con colleghi che insegnano a scuola e sono allarmati perché, ad esempio nel Lazio, nelle scuole superiori le organizzazioni giovanili neofasciste sono maggioritarie. La strada è in salita.

E qui entriamo nel campo di una sinistra in cerca di identità e di anima. Mentre in Italia, a sinistra, si è sempre alla ricerca del “nuovo”, in Germania la “vecchia” socialdemocrazia tedesca, la Spd, torna ad essere primo partito e a candidarsi alla guida dello Stato federale nel dopo-Merkel. Come la mettiamo?
Intanto bisognerebbe ricordare che la socialdemocrazia tedesca, un partito importantissimo e anche di grande levatura culturale, ha voluto, praticato una serie di modifiche nella sua lunghissima storia, fin dai tempi di Engels, il Programma di Ghota, il Programma di Heidelberg, Bad Godesberg che ha rappresentato un grande tornante storico. Alla fine degli anni ’50 hanno consolidato la loro posizione, che è stata poi approfondita da un uomo come Willy Brandt, che capì l’importanza dell’esperienza comunista con cui dialogare. Da quei tempi, sono rimasti il Partito più importante e più serio di tutta la sinistra europea. In Italia, purtroppo, questo non c’è mai stato. Mesi fa ho scritto un piccolo libro in cui dicevo che Togliatti era giunto sull’orlo della scelta apertamente socialdemocratica, che è una cosa del tutto seria e rispettabile. Nel suo ultimo articolo per Rinascita, Togliatti sottolinea con rammarico che in Italia non c’è mai stata una vera socialdemocrazia…

E dopo?
Che vuole che le dica. Un po’ il sessantottismo, un po’ culture nuove o apparentemente tali, hanno dato al Pci, che era sulla cresta dell’onda, la sensazione di poter non scegliere, di non dichiararsi mai. Quello che è venuto dopo lo sappiamo. Adesso in Italia non esiste più un partito di sinistra. Il Pd non lo è e non vuole esserlo. Ha pure espunto la parola “sinistra” dalla sua intestazione. È un Partito di centro, tendenzialmente governativo, culturalmente anche un po’ scafato, ma tutto questo non ha niente a che fare con i conflitti sociali. Quando in una intervista a Il Fatto quotidiano, ho detto ma com’è che il ministro del Lavoro (Andrea Orlando, Pd, ndr) non si agita sul tema dei morti sul lavoro, e suggerito la necessità di migliaia di ispettori, lui mi ha risposto, sullo stesso giornale, ma ho avviato le procedure per nominarne mille. E allora io gli ho risposto che ce ne vorrebbero dieci volte tanto, e ogni tanto venga qui in Puglia a vedere la realtà da vicino. Pochi giorni dopo è successo il finimondo. Dieci morti in due giorni. La sindacalista della Cgil che dichiara non ci bastano più le promesse, vogliamo delle cose scritte, impegnative. Mattarella e Draghi si agitano molto di più. L’atteggiamento patologicamente moderato proprio del Pd e dei suoi esponenti al Governo, sta portando i dem all’estinzione. Che dire: un cupio dissolvi. Non si capisce più che cosa sia questo partito. Ha tolto il termine sinistra dal nome, ha come capi tutti ex democristiani, nulla a che fare con la tradizione, che si è voluta estirpare. Stiamo assistendo a una sorta di harakiri collettivo.

Se il Pd non è più, se mai lo è stato, un Partito di sinistra, a quelli che si collocano a sinistra dei dem, che consiglio si sente di dare?
Senta, non mi ci vedo proprio nei panni del consigliere o del “consigliori”. Una cosa, però, molto sommessamente mi sento di suggerire a quelli, pochi che siano, che non vogliono farsi fagocitare nell’insipido calderone Pd. Fate come la socialdemocrazia, quella vera. Riportate in vita quelle che ne sono le parole d’ordine fortissime: giustizia sociale, restituire ai sindacati la loro funzione, contrattazione nazionale e non la frantumazione che piace a Confindustria. Forse sarebbero definiti radicali ma farebbero quello che faceva Willy Brandt. E scusate se è poco.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.