Per due giorni Roma sarà “caput mundi” della politica internazionale. In una capitale super blindata, oggi e domani si riuniranno i capi di Stato e di Governo del G20. A presiedere il summit è il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi. A poche ore dall’apertura dei lavori, Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici italiani: Marcello Flores. Il professor Flores ha insegnato Storia comparata e Storia dei diritti umani nell’Università di Siena, dove ha diretto anche il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies. Tra i suoi libri: Il secolo del tradimento. Da Mata Hari a Snowden 1914-2014, (il Mulino, 2017), Il genocidio degli armeni (il Mulino, nuova ed. 2015), Traditori. Una storia politica e culturale (il Mulino, 2015), Storia dei diritti umani (il Mulino, nuova ed. 2012), La fine del comunismo (Bruno Mondadori, 2011) e 1917. La Rivoluzione (Einaudi, 2007), Tutta la violenza di un secolo (Feltrinelli, 2005), La forza del mito. La rivoluzione russa e il miraggio del socialismo (Feltrinelli, 2017) e il recente Il genocidio (Il Mulino, 2021).

I Grandi della Terra sono convenuti a Roma per il G20 dei capi di Stato di Governo. L’agenda della due giorni è densissima. Tanta carne al fuoco. Forse troppa, professor Flores?
Forse vale la pena sottolineare come tutta questa “carne” sia al fuoco già da parecchio tempo. Il G20 di Roma è l’ultimo momento conclusivo di una serie d’incontri, tutti molto importanti, che ci sono stati su temi particolari che spesso non sono stati neanche presi in considerazione dalla stampa o ricordati con la profondità che meritavano. Incontri che riguardavano aspetti che possono sembrare secondari – le banche, la finanza, il turismo etc. – ma che invece aiutavano a comprendere la natura di questa forma di collaborazione internazionale che il G20 rappresenta. Certamente ci sono alcuni punti fondamentali che possono metterlo a rischio…

Quali?
Tutti hanno sottolineato come il tema dell’ambiente, del clima, sia quello in cui le differenze sono maggiori. Però io mi permetterei di suggerire che quello che dovrà emergere come capacità di successo o meno del G20, è non il clima ambientale ma il clima politico che si riuscirà a instaurare in quell’occasione. Perché certamente le divisioni rimarranno e probabilmente alcune cose verranno rinviate a dopo. Non dimentichiamo che subito dopo il G20 di Roma, comincia a Glasgow, in Scozia, l’incontro sul clima, il COP 26. Io non credo che nell’occasione del G20 la Cina ammorbidirà la sua posizione che è quella di raggiungere il picco delle proprie emissioni nel 2030 e di abolirle del tutto nel 2060, mentre le altre potenze mondiali chiedono a Pechino di anticipare di dieci anni. Il problema è se su questo tema emergerà una contrapposizione che si fa carico anche di altre conflittualità, pensiamo, per esempio, a quella su Taiwan tra Cina e Stati Uniti, o se invece rimane circoscritta e può rappresentare quindi una possibilità successiva di adeguamento e di capacità di trovare un accordo. Dal punto di vista del clima politico, qui si dimostrerà non tanto la capacità, perché quella l’ha dimostrata più volte, ma il carisma di Draghi nel riuscire a mettere un po’ la sordina a quei numerosi conflitti o posizioni diverse che ci sono anche tra Stati Uniti ed Europa e che si sono manifestate, come quelle tra Pechino e Washington, in più occasioni. E non va dimenticata l’India, un Paese sovranista in modo anche esplicito. Così come sovraniste sono Stati Uniti e Cina, un sovranismo di necessità…

Vale a dire?
Nessuna super potenza può non essere “sovranista”. E questo non facilita in un momento in cui ci sono tante micro conflittualità di natura geopolitica, tariffaria, commerciale oltre che quella economica, a rendere le cose difficili. Nella stessa Europa abbiamo le difficoltà che abbiamo con la Polonia, con l’Ungheria… Creare una distensione nella discussione e riuscire con la chiarezza che Draghi spesso riesce a imporre, a capire i punti fermi su cui si può andare avanti e quelli non che sono falliti o fallimentari, ma che debbono continuare ad essere approfonditi ancora.
Lei è tra i più autorevoli studiosi in materia di diritti umani, civili, delle minoranze. Partendo dalla sua esperienza non crede che questa tematica sia stata messa ai margini dell’agenda dei cosiddetti Grandi della Terra, e non certo da oggi?
Rimane un po’ a lato in questa fase storica. Una fase nella quale da parte di tutti, purtroppo anche dell’Europa, c’è la messa in mora del rafforzamento dei diritti umani in nome di altre necessità, che sia la stabilità politica, la crescita economica etc. L’Europa, per quanto riguarda i migranti, si muove in una dimensione del tutto contraria a qualsiasi cultura, sia pur minima, dei diritti umani. D’altro canto, la cultura dei diritti umani non può mai essere soltanto una dichiarazione di principi. Su questo, un test importante sarà quello che riguarda l’Afghanistan. Perché lì un intervento umanitario in grado di far fronte alla tragica situazione in cui versa la popolazione afghana, è necessario e urgente. In questa ottica, un qualche accordo empirico con il governo dei Talebani si dovrà trovare, perché non si può aiutare il popolo afghano indipendentemente dal governo che è al potere in questo momento. Bisogna trovare una soluzione per poter aiutare ma allo stesso tempo continuare a premere perché uno standard, anche se minimo, di rispetto dei diritti umani e civili, venga riconosciuto anche da un regime che dei diritti umani non ne fa una sua priorità. Questa compenetrazione tra principi irrinunciabili e il pragmatismo necessario per cercare di ottenere dei risultati, è un po’ il focus dei diritti umani oggi, mentre invece mi sembra che ci sia un po’ la tendenza a dire: vediamo cosa fare indipendentemente dai principi, calpestiamoli pure, ovvero difendiamo i principi e chissenefrega di riuscire ad ottenere qualcosa.

Uno dei diritti fondamentali, vitali è il caso di dire, è il diritto alla salute. Il G20 di Roma farà il punto sulla campagna planetaria contro la pandemia. Il fatto che un continente come l’Africa abbia avuto solo il 2% dei vaccini, a fronte dell’Occidente in cui c’è chi scende in piazza contro la “dittatura sanitaria”, cosa racconta del mondo d’oggi?
Sulla questione sanitaria, che sarà uno dei focus del G20, probabilmente i Paesi presenti riusciranno a trovare delle posizioni se non del tutto comuni, ma che si muovono in una direzione sostanzialmente condivisa. Nei confronti degli altri Paesi che sono fuori dal G20, e in particolare dell’intero continente africano come ricordava lei, c’è invece il problema, enorme per le sue varie implicazioni, di un atteggiamento che non è unitario, e non lo è neanche per l’Europa. E questo dimostra come il G20 sia chiamato a decidere se essere la punta avanzata di una visione globale nuova, che non riguardi solamente i Paesi più forti e che quindi sia di supporto alle azioni dell’Onu, invece di porsi, come è accaduto, quasi in conflitto con i suggerimenti e le indicazioni delle Nazioni Unite che dall’inizio della pandemia sottolineano l’importanza di coinvolgere, con aiuti, vaccini e altro, i Paesi più poveri, soprattutto quelli dell’Africa. Un mondo più giusto ed equilibrato non può nascere da un conflitto permanente tra G20, il circolo ristretto delle grandi potenze, e l’Onu che, almeno sulla carta, è l’istituzione mondiale più rappresentativa.

Lei pone una questione dirimente. Il multilateralismo di cui tanto si parla può risolversi con questi “G” a numerazione variabile, oppure ci sarebbe bisogno di una condivisione più ampia e democratica di scelte che riguardano l’intero pianeta?
In teoria, certo ci sarebbe bisogno di questa azione più ampia. E questo non può che avvenire all’interno delle Nazioni Unite. E nelle Nazioni Unite si discute ormai da decenni di una riforma globale di cui però non si vede minimamente quali possano esserne i capisaldi. Ci sono due visioni sostanzialmente contrapposte: la visione di chi ritiene che le Nazioni Unite possano e debbano davvero avere non solo una visione globale ma anche gli strumenti necessari per realizzarla, in termini di risorse finanziarie e umane, in termini di potere sovranazionale da esercitare, e chi invece continua a vedere le Nazioni Unite solamente come una cassa di risonanza delle proprie geopolitiche nazionali. E quanto più queste potenze sono grandi, vedi gli Stati Uniti e la Cina, tanto più tendono a ignorare o a ridimensionare fortemente il ruolo che le Nazioni Unite possono avere. G20, G16, G7, sono un po’ delle tappe intermedie tra un ruolo nuovo che dovrebbero avere le Nazioni Unite, questo nei migliori propositi, oppure la sanzione dell’inefficacia attuale che le Nazioni Unite hanno su una serie di terreni.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.