«Vertici pomposi e super blindati che finiscono per ridursi a una serie di photo opportunity di gruppo in cui ci si spinge per stare in prima fila, a me paiono rasentare il ridicolo. Soprattutto quando si è chiamati a discutere di problematiche che investono la vita stessa di miliardi di persone». Il G20 di Roma visto da uno dei uno dei più autorevoli demografi italiani e internazionali: il professor Massimo Livi Bacci. Docente di Demografia alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, dal 1973 al 1993, Livi Bacci è stato segretario generale e presidente della International Union for the Scientific Study of Population (IUSPP), società scientifica di studi demografici nota in tutto il mondo, di cui è poi divenuto presidente onorario. Tra i suoi numerosi saggi, ricordiamo Traumi d’Europa. Natura e politica al tempo delle guerre mondiali (Il Mulino, 2020), In cammino. Breve storia delle migrazioni (Il Mulino, 2019); Storia minima delle popolazioni del mondo (Il Mulino, 2016); Il pianeta stretto ( Il Mulino, 2015).

Sabato e domenica prossimi, i Grandi della Terra si riuniranno a Roma nel G20 dei capi di Governo e di Stato. L’Italia, che ha la presidenza di turno, ha voluto organizzare i lavori su tre pilastri, intitolati rispettivamente a 3 P: People, Planet e Prosperity. La prima P è dominata dalla sfida pandemico-sanitaria e comprende, fra le altre, le questioni cruciali del welfare, della coesione sociale e delle migrazioni. La P di Planet affronta l’insieme dei temi climatici e ambientali mentre quella di Prosperity cerca di concentrarsi sugli aspetti economici della cooperazione mondiale, con particolare riguardo ai problemi finanziari dei Paesi più poveri, la cooperazione per uno sviluppo inclusivo, la regolazione internazionale del commercio e della tassazione, la transizione digitale e le infrastrutture globali. Come la vede, professor Livi Bacci?
Intanto, immagino che quello di Roma sia un summit politico per capire quali siano i problemi, quali le posizioni dei Paesi, quali le strategie per arrivare a delle decisioni condivise. A questo servono questi grandi vertici: non a prendere decisioni ma a vedere se c’è una convergenza verso una condivisione di azioni da intraprendere. Da questo punto di vista, niente da eccepire: è un’attività politica internazionale come tante altre. Altro discorso è se tra questi Paesi si possa davvero arrivare a una linea condivisa. E qui le tre P divergono…

Vale a dire?
Per quanto riguarda Planet, il Pianeta, sicuramente ci sono tantissime differenze. Questo si vede, per esempio, nell’atteggiamento verso la COP 26, a cui, probabilmente, non parteciperanno né Putin né Xi. Il che significa, in parole povere, che la loro visione è un po’ tanto diversa da quella che ci si attende dal summit climatico. Su questo tema, è evidente che in campo vi sono strategie diverse e per molti versi opposte. Tutti a parole sono terrorizzati del riscaldamento globale, però su come difendersi entrano in gioco gli interessi e le caratteristiche di ciascun Paese. Chi produce carbone o chi produce petrolio è meno favorevole, per usare un eufemismo, alle misure di transizione energetica. Qui ci sono interessi in campo fortemente divergenti e non sarà facile arrivare a un riavvicinamento.

E rispetto al tema People?
Sulla pandemia credo che si possa arrivare a delle convergenze, che sono quelle di un forte coordinamento internazionale, più forte di quello che c’è. Quindi maggiore potere d’intervento all’Organizzazione Mondiale della Sanità, un più stretto coordinamento tra le decisioni prese dai vari Paesi, in primo luogo per quanto riguarda l’apertura e la chiusura dei confini, per quanto riguarda i green pass, i certificati di vaccinazione, i protocolli di somministrazione… sono tutte cose che vanno decise e coordinate. Penso che questo si possa fare, visto che nessun Paese ha interesse ad avere l’epidemia. Sulle migrazioni, sicuramente no. Su questo, fu fatto il Global Compact Migration, che l’Italia non firmò all’atto della sua definizione, tre anni fa. In seguito tutti i Paesi l’hanno firmato, ma si tratta di una dichiarazione d’intenti, di quello che dovrebbe essere nell’azione individuale dei governi di fronte alla migrazione, ma non c’è nessuna analisi prescrittiva. Sulle migrazioni siamo lontanissimi, e lo si vede in un’area relativamente omogenea come l’Unione europea, all’interno della quale si manifestano, e non da oggi, profondissime spaccature tra i Paesi dell’ex orbita sovietica e gli altri. È giusto e del tutto legittimo che la Ue controlli le proprie frontiere, nel rispetto dei fondamentali diritti umani e delle convenzioni sottoscritte. È simbolicamente deprimente che lo faccia erigendo muri, a suggello di una drammatizzazione delle migrazioni, che saranno invece un importante sostegno per lo sviluppo nei prossimi decenni. È infine colpevole che si crei allarmismo per un fenomeno che non è certo travolgente. Dopo il picco del 2015, quando varcarono le frontiere europee più di un milione di irregolari (in gran parte legittimati a richiedere asilo politico), prevalentemente Siriani, il fenomeno è ritornato su numeri gestibili (tra 100 e 200 mila ingressi all’anno) nell’ultimo quinquennio. Gestibile per una società ricca, di quasi mezzo miliardo di persone, e per di più bisognosa dell’apporto di migranti. Mi lasci aggiungere che non andrebbe mai dimenticato che la migrazione è una componente fondamentale dei processi di globalizzazione: dietro la finanza e le merci, prima o poi si muovono anche le persone. E un’altra cosa da tenere sempre a mente è che il fattore demografico influisce sulle disuguaglianze economiche e sociali del mondo.

E sulla Prosperity?
Qui siamo nel regno dell’indeterminatezza. Sulla Prosperità ci sono grandissime divergenze ideologiche, politiche tra i Paesi, che si prova a mascherare con dichiarazioni grondanti di retorica. Tutti sono d’accordo che occorra sostenere lo sviluppo, ma quale sviluppo? E in che modo? Sviluppo non è un concetto neutro, “oggettivo”. Così come non lo è “crescita”. Francamente su questo non vedo ravvicinamenti tra i vari Paesi. La vedo come la cosa più sfumata, vaga. La crescita senza inclusione sociale, ad esempio, favorisce i pochi e penalizza i tanti.

Tutto questo avviene dentro una crisi pandemica da cui il mondo non è uscito. Un mondo reso ancor più diseguale dal Covid, professor Livi Bacci?
La realtà delle cose è molto più complicata e sfaccettata di quella che una narrazione alquanto schematica e superficiale intende mostrare. Sicuramente la pandemia ha generato maggiori diseguaglianze perché ha colpito più i ceti poveri, gli esclusi, le persone che facevano lavori cosiddetti necessari e più esposti. Ma la pandemia non è una cosa che durerà per sempre. Da questo se ne potrà uscire. La pandemia ha aggravato le diseguaglianze, ma le ha aggravate temporaneamente. Quello che spesso si dimentica, però, è che negli ultimi decenni di sviluppo molte centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema. Da questo punto di vista, definiamolo globale, il pianeta forse è meno diseguale di quanto non lo fosse prima. La Cina ha tirato fuori dalla povertà estrema un miliardo di persone. Non mi dimenticherei di questo aspetto.

Una nuova governance mondiale, spesso evocata, può passare attraverso la riproposizione di vertici come quello in programma a Roma?
I vertici di per se stessi sono manifestazioni di folclore politico. Se invece sono tappe di un processo che dietro ha una forte azione diplomatica tra Paesi, allora il discorso si fa più serio. Ci deve essere dietro un lavoro di lunga lena. Queste grandi manifestazioni le trovo a volte un po’ al limite del ridicolo. Con tutte le photo opportunity, tutti su due file e chi si piazza più vicino al padrone di casa è più ganzo degli altri.

Tra i Venti il grande assente è il Continente africano. Per restare alla pandemia, in Africa solo il 2% della popolazione ha avuto accesso ai vaccini. Lei come la vede?
La vedo male. Deve essere fatto uno sforzo enorme per diffondere il più possibile i vaccini in Africa. Anche il mondo sviluppato ha bisogno di proteggersi dalle varianti, e se il virus circola allegramente in un continente, si riprodurrà in continuazione e così facendo provocherà problemi a tutti. È anche nostro interesse un’Africa vaccinata. In passato, ci sono stati ottimi risultati in Africa con altre vaccinazioni. Diamoci da fare su questo. Ed è su questo che i cosiddetti Grandi della Terra possono ottenere dei risultati. Le cose che si devono fare sono risapute. Il problema è avere la volontà di attuarle.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.