Il “nuovo Pd” pensato da Nadia Urbinati, accademica, politologa italiana naturalizzata statunitense, docente di Scienze politiche alla prestigiosa Columbia University di New York. La professoressa Urbinati è stata chiamata a far parte del Comitato costituente chiamato a redigere il manifesto del Partito in costruzione.

In un Pd plurale, possono convivere culture politiche diverse senza che questo porti ad un eclettismo paralizzante?
Nei Paesi democratici contemporanei, abbiamo partiti plurali internamente, ma è una pluralità relativa…

In che senso?
Nel senso che alcune idee comuni, fondamentali devono essere condivise. Altrimenti non di una pluralità si tratta ma di pluralismo dissociativo, che è tutt’altra cosa. Certo che ci sono ispirazioni diverse. Nel Partito democratico americano ci sono diverse linee di ispirazione, a seconda delle provenienze sociali, razziali, di genere, e anche geografiche, ma quello che le unisce è una progettualità abbastanza chiara e condivisa, per esempio sulla redistribuzione, sull’uguaglianza delle opportunità e su forme di sostegno attivo alle minoranze più deboli affinché acquisiscano capacità come cittadini autonomi, sui diritti civili, sulla tolleranza religiosa, ecc… Come abbiamo visto, prima delle elezioni di Midterm il Congresso ha tribolato lungamente prima di approvare il grande pacchetto di misure sociali proposto dal Presidente Biden. A contrastare quella proposta sono stati due centristi democratici, Joe Manchin and Kyrsten Sinema nel nome di tagli al fisco e misure a sostegno alle imprese, col rischio di far fallire il progetto di Biden. Certo che c’è pluralismo di visioni, nessuno pensa altrimenti. Il problema è la condivisione di punti di riferimento chiari e condivisi da tutti. E di un orizzonte operativo altrettanto chiaro: ispirazioni ideali diverse ma per giustificare e sostenere un unico progetto politico. Perché – e qui vengo al PD italiano – se una parte del partito è a favore dell’abolizione del reddito di cittadinanza e l’altra no, beh è difficile pensare che entrambi possano stare insieme, perché i rappresentanti di quelle diverse politiche si contrasterebbero a vicenda nel caso la leadership del partito facesse una scelta al riguardo. Così non è possibile avere un partito diviso sulla sanità pubblica, sulla scuola pubblica, sulle politiche del lavoro, sul sostegno alle persone disoccupate e disagiate. Non è possibile un partito che abbia una parte a favore dell’autonomia differenziata e l’altra contro. Non è questione di pluralità di idee o di radici culturali, ma di visione su programmi politici.

Per restare a questo interessante parallelismo tra i Democratici americani e i Dem italiani, uno come Bernie Sanders nel Pd italiano non verrebbe visto come un pericoloso estremista socialista?
È questo il problema. Perché, nonostante la diversità delle tradizioni culturali, nel Partito democratico italiano non c’è, secondo me, un accordo sulle politiche sociali, sulla cultura politica riformista. Bernie Sanders è un difensore dello Stato sociale. Qui lo chiamano socialista, ma è un New Dealer, un socialdemocratico; egli è rimasto all’interno della coalizione Dem e ha fatto un passo indietro lasciando Biden a rappresentare i Democratici alle primarie. Lo ha fatto perché l’orizzonte politico democratico contiene entrambi. Magari la direzione democratica non condivide le visioni radicali di Sanders, ma le ha in qualche modo assorbite rendendo più incisivo il programma di Biden. La direzione di marcia è la stessa nonostante le più e meno espresse radicalità. Invece, nel Partito democratico italiano, la direzione di marcia non è la stessa. Perché una parte è neoliberista e l’altra non lo è.

Lei non avverte il rischio che il dibattito sul progetto politico sia schiacciato dalla ricerca del leader che deve uscire fuori dal cilindro delle primarie del 19 febbraio 2023?
Questo è un altro tema cruciale che ha a che fare con lo statuto del partito che, a mio avviso, è uno dei problemi da risolvere. Io sono d’accordo con quanto sostenuto da Antonio Floridia nella nuova edizione del suo libro, ora col titolo, ‘Un partito da rifare’. Si tratta di uno statuto divisivo: da un lato, un leader plebiscitario (forte del consenso delle primarie con esterni al partito) e dall’altro una composizione interna che è schiacciata da questa leadership, e diventa balcanizzata e ostile a programmi unitari. Gridare contro le correnti senza cambiare queste (pessime) regole del gioco è uno show pubblicitario che non porta a nulla. Fino a quando c’è questo scollamento tra leadership plebiscitaria e pluralismo interno (che per proteggersi dal debordante potere del leader si radicalizza rendendo difficile compromessi e collaborazioni unitarie) il Pd non risolve il suo problema strutturale. Questa diarchia esplode ogni qualvolta che si devono prendere decisioni dirimenti: rendendo impossibile una condivisione di progetto politico. E questo fa sì che appena un leader propone “A”, tutta una parte delle correnti si rivolta. E questo porta alla paralisi del partito, che finisce per diventare un partito che sta sempre in mezzo al guado. Il Pd ha tentato, fallendo, di mescolare centralismo democratico e correntismo.

E questo porta al nodo da sciogliere relativo a una idea innovativa dell’organizzazione.
Chiaramente il Pd, come tutti i partiti, deve parlare all’esterno anche per cercare di estendere il proprio consenso. Siamo in democrazia, il numero conta. Bisogna pensare di avere una esposizione all’esterno; ma questa esposizione la si può avere quando internamente il partito ha una struttura chiara e un progetto forte. Invece il Pd come è ora, addirittura con la discussione aperta un po’ a tutti anche nella fase costituente, dimostra di avere una confusione identitaria. A me sembra che debba cercare innanzitutto di costruire le proprie mura. Un partito deve essere “parte”, non deve essere “tutto”. Deve avere una “internalità” definita. Può parlare al mondo con le proprie idee e proposte. Ma fino a che raccoglie le proposte urbi et orbi, per cui c’è una osmosi continua con l’esterno, il rischio è di avere un partito non partito; un’accozzaglia di lobbies che stanno insieme nella misura in cui riescono a piazzare rappresentanti nelle istituzioni: più che un partito, è un’agenzia di collocamento. È paradossale, perché il PD è l’unico gruppo politico che si chiama partito ma è anche uno dei meno “partito” sulla piazza.

Antonio Gramsci parlava del partito, nella fattispecie il Pci, come intellettuale collettivo e ragionava sull’egemonia culturale…
Queste sono definizioni retoriche ad effetto; ma un partito per arrivare a fare egemonia deve essere un partito, cioè parte. Il partito di Gramsci era un partito e non si amalgamava con le associazioni, le cooperative e i sindacati. Cercava di fare una politica egemonica insieme e grazie a loro, per avere un controllo della società, senza eliminare il pluralismo. Però era un partito, non era un’entità ecumenica, e neppure la nazione.

In questa Italia dove oggi governa una destra fortemente identitaria, può esistere e incidere una sinistra che sull’identità sembra fare solo un esercizio retorico?
Certo che non può. Peraltro, ora c’è un’opportunità che sarebbe delittuoso non cogliere. Serve una opposizione intelligente e determinata, perché questa è una destra anti-egualitaria e molto partigiana. Sarebbe anche facile, per certi versi, formarsi con una identità di programma rispetto a questa destra. Va anche detto che la situazione è complicata dal fatto che l’opposizione a questa destra è giocata su una competizione esasperata tra due opposizioni: il M5s e il Pd. Lasciamo perdere questo centro che non c’è, Azione di Calenda e Italia Viva di Renzi, che sono come “mosche cocchiere” del Governo (Filippo Turati usò questa espressione nel 1913, in una feroce critica agli avversari politici, per indicare chi voleva far credere di avere una “qualche funzione importante di direzione»). Tra PD e 5Stelle si è creata una assurda una guerra tra gli sconfitti. Non ha senso. L’M5S porterà avanti il suo progetto. Ma il Pd deve prendere la sua di posizione, relativamente a progetti chiari su uguaglianza, discriminazione e giustizia redistributiva, con un rilancio di una politica “newdeilista”. Pensi prima a sé. Quando è chiarito con se stesso, il rapporto con gli altri viene più semplice.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.