Ha appena vinto il ricorso contro Vito Crimi e ricevuto le chiavi di casa del Movimento Cinque Stelle. Classe 1958, Silvio Demurtas sorride mentre ci riepiloga la situazione al telefono.

Una situazione paradossale, se permette. Il primo partito politico italiano fa capo a lei?
In tutta umiltà, bisogna riconoscere che è così. Purtroppo per me e forse purtroppo per loro. Mi trovo a dover svolgere i compiti dell’amministratore straordinario, beninteso. Non sono e non voglio passare per politico.

Non ha mai fatto politica?
Mai. Seguo tutto, leggo i giornali. Ma non ho mai avuto una tessera di partito. Forse anche per questo vado bene per questo ruolo, perché non sono di parte. E il decreto di nomina mi inquadra come curatore speciale di tutto il Movimento, perché i 5 Stelle non hanno ramificazioni regionali.

Togliamoci subito dall’impaccio istituzionale. Lei lo avrebbe votato Draghi?
Sicuramente sì. È una personalità autorevolissima, apprezzato e stimato da tutto il mondo. E sta già dimostrando di fare bene.

Meglio lui di Conte, quindi.
(Lunga pausa, sospiro, ndr). Questo non lo dico. Lo lascio dire a lei.

Con Giuseppe Conte vi conoscete, per questioni di avvocatura?
No. È un giovane collega che non ho mai conosciuto. Ma in generale non conosco nessuno dei Cinque Stelle, tranne la collega Cuccu che è anche lei avvocata e mi ha chiesto di curare il suo ricorso.

Se cade il governo, il Presidente della Repubblica domani deve chiamarla al Quirinale per le consultazioni?
È così. Se mi chiamasse sarei onorato, anche se sarebbe una scena da film di fantapolitica.

Cosa ha votato, in passato?
Questo non lo dico. E non credo interessi a qualcuno. Seguo la politica con interesse ma con il giusto distacco, perché la sera voglio andare a letto senza troppe preoccupazioni. Anche se poi dormo tre ore a notte.

Come Andreotti.
Ma lui soffriva di mal di testa, io non voglio avere grattacapi. E la mattina mi sveglio presto per stare dietro alle bestie, in campagna.

Quali bestie?
Ho trenta pecore e qualche maiale, e in campagna c’è sempre da fare. Ma anche quando sono nella natura penso al lavoro, alle cause.

Il suo studio come è composto?
Ci sono solo io. Faccio civile, penale e tributario. Dal 1986 lavoro senza segretaria, senza assistenti. So fare tutto, dai caffè alle fotocopie, a volte si fa prima a fare da soli.

Oggi ha il compito di amministrare il primo partito italiano, come lo vivrà?
Intanto bisogna capire l’evoluzione di questo decreto di nomina, il dispositivo che seguirà. Sono a disposizione del lavoro da fare con la massima umiltà, rimanendo al di fuori della politica. Anche se di politica mi interesso e in particolare di equilibri internazionali e di politica africana.

Africana?
Mia moglie è kenyota, di una cittadina sul Lago Vittoria. Ed è parente della stessa famiglia da cui discende Barack Obama. In particolare la nonna di Obama è imparentata con mia moglie. Abbiamo tante foto insieme, io e la famiglia Obama. E tramite lei mi sono appassionato di questioni africane.

Adesso può parlarne con il suo ministro degli Esteri, Di Maio.
Non ci conosciamo, non so se mi vuole telefonare. Io non ho nessun numero di telefono loro.

Mai avuto nessun contatto con nessun politico?
La famiglia di mia madre viene da Sassari, erano mezzi parenti di Francesco Cossiga, me ne hanno parlato sempre come di una delle persone importanti a noi vicine.

Gli statisti non mancano, nel dna di famiglia. E la Sardegna ne ha dati tanti, due presidenti della Repubblica, Enrico Berlinguer… le piaceva di più Cossiga o Berlinguer?
Non glielo dico. Ma da giovane ho letto tutto Gramsci. Su alcune cose non ero d’accordo con lui, ma è stato un grande pensatore e certamente sì, la Sardegna ha dato tanto alla vita politica e alle istituzioni. Non sarà il mio caso, ne sono rimasto fuori per tutta la vita, figuriamoci adesso.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.