Anna Finocchiaro ha attraversato, nella sua Sicilia, le tappe importanti della carriera giuridica; laureatasi a 22 anni, è stata Procuratrice al tribunale di Catania fino al 1987. Da lì in avanti, impegno politico a tempo pieno, prima nel consiglio Comunale e poi in Parlamento. È stata due volte ministra, a vent’anni di distanza: la prima volta alle Pari Opportunità con Prodi, nel 1996, l’ultima con Gentiloni, ai Rapporti con il Parlamento, nel 2016. Adesso fa parte del Comitato scientifico e a capo del gruppo di lavoro dedicato a Sistema economico e giustizia per l’associazione “Italia decide”.

Che momento vive la magistratura?
È un momento non solo difficile ma anche fortemente rischioso, perché l’indipendenza della magistratura deve affermarsi come caposaldo della democrazia. E questa indipendenza vive se si afferma un credito di fiducia e di autorevolezza presso l’opinione pubblica.

Vede analogie con altri momenti?
Siamo in un momento molto delicato, come non ricordo di averne mai visti in passato. La giustizia cammina sulle gambe degli uomini, e delle donne. Possono esserci momenti di caduta di fiducia ma ciò che si sta oggi maneggiando è un passaggio nel quale è in gioco non solo un valore che appartiene alla magistratura, ma un fatto di civiltà. Quello dell’efficienza giudiziaria e della fiducia dei cittadini nel sistema-Giustizia è uno dei parametri sui quali vengono scrutinati i paesi che vogliono appartenere agli Stati membri dell’Unione. Non è una cosa marginale. Siamo in una partita molto seria.

Priorità per la riforma del Csm?
È un punto essenziale, e in qualche modo il Csm rappresenta l’autogoverno e l’indipendenza della magistratura. Va fatto un dibattito molto profondo, e non una incursione dal sapore punitivo o peggio, restaurativo.

Basterà la riforma elettorale?
È uno strumento, ma non basta. Bisogna fare una riforma importante, per rispondere a problemi di questa gravità.

Nella magistratura associata andava così da tempo.
Non da sempre. Ricordo il peso culturale che avevano le correnti, anche per la formazione dei magistrati, sull’interpretazione da dare alle leggi. Ricordo il dibattito sulla legislazione d’emergenza durante il terrorismo. Ricordo il dibattito sui temi ambientali, tra anime diverse. E il confronto sulla necessità di orientare le interpretazioni secondo la Costituzione. C’era un perché: un pezzo di costruzione della democrazia italiana, della fisionomia giuridica italiana è derivato dalla dialettica di confronto interna alla magistratura associata.

Cosa si è interrotto in questo percorso?
La Costituzione viene messa con i piedi per terra dai giudici ordinari, attraverso l’interpretazione. Ma se guardo a questa deriva, non mi piace. È un’altra cosa, rispetto alla magistratura associata.

Cosa mi può dire di Palamara?
Ha creduto di esercitare un ruolo, ma ha ecceduto. Però non esiste un caso Palamara. Esiste un problema di spartizione delle nomine che va cambiato.

Mentre Bonafede festeggia l’abolizione della prescrizione…
Io la trovo una cosa incivile, francamente. Tutti hanno diritto di sapere in tempi ragionevoli chi è colpevole e chi innocente. È un problema di civiltà. Cosa lo abbiamo scritto a fare nella Costituzione che il processo deve avere una ragionevole durata? Anche perché lo stigma del processo diventa un anticipo della condanna. Il processo oggi è la pena. Ed è contrario al diritto.

Quali sono le proposte di Italia Decide?
Due priorità: la riforma dell’abuso d’ufficio e della responsabilità contabile. Due questioni che nutrono la cosiddetta “paura della firma”, quel blocco che agisce a livello amministrativo per timore delle responsabilità che ne possono derivare non soltanto per evitare un fatto illecito, ma per timore delle inchieste che possono derivare da una firma. Ed ecco che i funzionari pubblici non si espongono più al punto di non autorizzare spese e interventi necessari, essenziali. Per non sbagliare, tengono la penna in tasca.

Ne ha iniziato a parlare anche il premier Conte.
È un tema di riflessione sul quale richiamiamo il dibattito pubblico. Ne hanno parlato Conte ma anche Sabino Cassese, Paola Severino… sta finalmente cadendo un tabù. Il nostro Paese necessita di uno sblocco di sistema, non ci possiamo più permettere questa ritrosia alla firma.

Mettiamoci nei panni del funzionario timoroso.
Sì, guardiamo dentro all’avversione al rischio del pubblico funzionario. Quanto più incerto è il quadro di riferimento del pubblico funzionario, tanto più questa paura diventa elemento sistemico di blocco. E non si dà il via a lavori, a cantieri, ad appalti. E allora dobbiamo precisare cos’è l’abuso d’ufficio: il cittadino deve sapere cosa è lecito e cosa illecito. La prevedibilità della condotta e quindi della sanzione è essenziale, ed è un elemento di garanzia. La condotta illecita del pubblico ufficiale deve realizzarsi in relazione a leggi e regolamenti chiari. Dato che da noi leggi e regolamenti non sono chiari, ecco che l’abuso d’ufficio si moltiplica, diventa una costante.

La burocrazia diventa carceriera di se stessa.
È un sistema mostruoso, arricchito da principi di soft law: pensiamo ai provvedimenti Anac o a quelli AgCom. Se Anac dice che c’è bisogno di gara anche per appalti sotto soglia, ecco che i funzionari pubblici per timore aderiscono all’indirizzo Anac, complicandosi ulteriormente la vita.

Un cambio di passo necessario.
Sì, una chiave per liberare il sistema. Se il riferimento costituzionale è quello del buon andamento e della funzionalità della pubblica amministrazione, bisogna attenersi a questo principio. Possiamo immaginare di limitare il perimetro dell’abuso d’ufficio oppure ripristinare l’interesse privato. Perché su cento procedimenti di abuso d’ufficio circa l’80% vengono archiviati o prosciolti. E allora perché bloccare tutto, dalle macchine amministrative a quelle giudiziarie?