Caro direttore,

il suo editoriale e quello di Ignacio Arroyo Hernández colgono con precisione il meccanismo: Netanyahu è il capro espiatorio perfetto. Non esiste una sentenza definitiva di corruzione. Il mandato della Corte Penale Internazionale resta in piedi nonostante la rimozione di Karim Khan, il 24 luglio 2026, per abusi sessuali. Chiamarlo “criminale” non è un fatto giuridico: è una scelta retorica che permette a troppi di sentirsi a posto mentre sparano contro lo Stato ebraico.

Arroyo Hernández ha ragione: dopo Bibi bisognerà inventare un altro alibi. Perché l’odio non è nato con lui e non morirà con lui. La risoluzione ONU del 1975 che definiva il sionismo una forma di razzismo, il rapporto Amnesty sull’“apartheid” del 2022 sotto un governo di unità nazionale senza Bibi, il disimpegno da Gaza del 2005 seguito dalla presa di Hamas: tutto questo esiste indipendentemente da chi siede a Gerusalemme. Il rifiuto israeliano dei piani di “pace” con Gaza non è ostinazione personale. Il 9 agosto Netanyahu ha respinto il documento a 15 punti del Board of Peace di Trump per una ragione semplice e documentata: non c’è disarmo genuino di Hamas. L’Idf non si ritirerà finché le armi pesanti, leggere e i tunnel non saranno eliminati. Hamas lega il disarmo al ritiro israeliano e a uno Stato sovrano. È il circolo vizioso che ha già prodotto “Hamastan” dopo il 2005.

Israele ha sempre sostenuto e praticato la formula “terra in cambio di pace”. Ha restituito il Sinai all’Egitto. Ha firmato Oslo. Ha evacuato unilateralmente Gaza nel 2005. Ha offerto a Camp David e con Olmert oltre il 90% dei territori. Il risultato, sul fronte palestinese e libanese, è stato sempre zero sicurezza. Dopo Oslo: Intifada e attentati. Dopo il ritiro dal Libano 2000: Hezbollah e la guerra del 2006. Dopo Gaza 2005: razzi, tunnel e il 7 ottobre. Ogni concessione territoriale ha avvicinato la minaccia, non l’ha allontanata.

Chi indica Bibi come unico colpevole non vuole un cambio di primo ministro. Vuole l’insicurezza totale di quello Stato piccolo, e la sua scomparsa. Vuole lasciare Gaza ad Hamas, perché (come ha detto la rapporteur tanto amata Francesca Albanese) “Hamas è anche altro”. Vuole smantellare gli insediamenti in Giudea e Samaria (territori contesi perché l’annessione giordana non fu riconosciuta, il Mandato del 1922 riconosceva il diritto ebraico a stabilirvisi e gli Accordi di Oslo deferiscono la questione ai negoziati finali) trasformando mezzo milione di ebrei in sfollati. Vuole abbattere ogni muro, così che i discendenti di chi nel 1948 fuggì per unirsi alle armate arabe possano “tornare”. Vuole Bibi in galera non per una sentenza, ma perché incarna l’ebreo che non si piega e non teme l’isolamento internazionale.

Il contesto regionale rende tutto più pericoloso. Il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato a La Mecca un patto di difesa collettiva, sfruttando la debolezza relativa dell’Iran. Un nuovo baricentro sunnita-islamista che riduce lo spazio di manovra di Israele. In questo quadro, accettare piani farlocchi con Unifil o disarmamenti fittizi è suicidio. Gli israeliani lo sanno da millenni e lo hanno imparato a proprie spese: non possono fidarsi di nessuno se non di sé stessi. Il prossimo primo ministro (Bennett, Eisenkot o chiunque altro) erediterà lo stesso Paese e le stesse minacce, e proteggerà Israele in egual misura. Si rassegnino gli odiatori di Bibi. Quando non ci sarà più lui, dovranno inventare un altro alibi. E allora sarà più difficile fingere che il problema sia un uomo e non l’antisemitismo strutturale che lo precede e lo seguirà.