Le lezioni sono sempre bene accette quando a impartirle sono “professori” che la materia la padroneggiano con sapienza e indipendenza politica e intellettuale. Lezione di storia e geopolitica. È quella concessa a Il Riformista da uno dei più autorevoli analisti di politica estera, profondo conoscitore del “pianeta Usa”, come di quello russo: l’ambasciatore Sergio Romano. Nella sua lunga e prestigiosa carriera diplomatica, è stato, tra l’altro, ambasciatore presso la Nato e ambasciatore a Mosca (1985-1989), nell’allora Unione Sovietica. È stato visiting professor all’Università della California e ad Harvard, e ha insegnato all’Università di Pavia, a quella di Sassari e alla Bocconi di Milano. Tra i suoi numerosi scritti, ricordiamo, per quanto riguarda l’America, Il rischio americano (Longanesi, 2003); Il declino dell’impero americano (Longanesi, 2014); Trump e la fine dellAmerican dream (Longanesi, 2017).

Nell’agosto 2019, l’ambasciatore Romano scrisse un articolo per il Corriere della Sera che, alla luce degli accadimenti del presente, ha una sorta di valenza profetica, fin dal titolo: “Afghanistan, la guerra inutile. E i rischi del ritiro americano”. “I 18 mila soldati che il presidente Trump vuole ritirare dall’Afghanistan sono nella regione da 18 anni. Vi arrivarono nell’ottobre del 2001, insieme a qualche migliaio di soldati europei, quando il governo americano, dopo l’attentato terroristico di Al Qaeda alle Torri Gemelle chiese al governo di Kabul di estradarne il capo, Osama bin Laden, che aveva trovato rifugio nel Paese. Gli afghani invocarono il sacro dovere dell’ospitalità e le forze americane risposero invadendo l’Afghanistan. Vinsero rapidamente sul terreno, ma dovettero constatare che una vittoria militare, fra le montagne dell’Afghanistan, può essere insignificante. Lo avevano già appreso gli inglesi e i russi quando si erano contesi il Paese durante l’Ottocento nel corso di una partita che durò parecchi anni e fu chiamata il «grande gioco». Lo avevano appreso anche i sovietici quando intervennero militarmente nel 1979…”. A quel “grande gioco” l’America ha inteso partecipare. Perdendo.

Fuga, tradimento, resa dell’Occidente. In molti si sono cimentati nel definire gli accadimenti in Afghanistan. Ambasciatore Romano, qual è la sua chiave di lettura?
Non intendo prenderla alla larga ma credo che per capire gli accadimenti dell’oggi sia buona cosa andare indietro nel tempo, in questo caso all’epoca degli imperi coloniali che hanno caratterizzato la storia degli Stati Uniti e dell’Europa nel corso di parecchi anni. Adesso gli imperi coloniali stanno scomparendo. Questi imperi non hanno più ragione di esistere. Però un certo desiderio di continuare a recuperare poteri perduti esiste ancora nelle società politiche degli Stati Uniti, dell’Europa, dell’Occidente in generale. C’è ancora un tentativo di recuperare spazi perduti. E allora l’Afghanistan è diventato, per così dire, il boccone più desiderabile, anche per il grande disordine che vi regna. Tutto questo ha aperto delle prospettive. Detto questo, bisognerebbe chiedersi tanto per cominciare se tutto ciò abbia un senso. Perché francamente ai tempi degli imperi coloniali un senso ce l’aveva: c’era una gara, questa gara era in qualche modo giustificata dai rapporti internazionali e anche in qualche caso da considerazioni esclusivamente economiche, cioè lì c’era qualcosa che poteva servirmi e allora si cercava di metterci le mani sopra. In questa faccenda afghana c’è una nota di controtempo, che la rende qualche volta addirittura un po’ ridicola. Questo gioco all’imperialismo ormai defunto…

In Europa, e anche qui da noi, si è puntato l’indice accusatorio contro Joe Biden. E adesso ci si è messo anche Trump. Lei lo vede il presidente Usa nei panni di un “traditore” degli afghani?
No. Questo casomai mi suggerisce un’altra considerazione che concerne soprattutto gli Stati Uniti. Dico questo, perché io non ricordo un’altra situazione in cui un presidente degli Stati Uniti sia stato così vittima, schiavo di motivazioni strettamente elettorali. Una piccola elezione che si profila all’orizzonte, una visita in un luogo dove vi sono persone che spero voteranno per me alle prossime elezioni ma so che hanno quella particolare voglia, quel particolare desiderio, quella particolare fissazione… Insomma, non solo gli Stati Uniti sono fra i Paesi che sotto il profilo imperiale sono più a rischio, perché stanno perdendo quello che c’era se c’era, ma sono anche molto condizionati da considerazioni elettorali. E considerazioni di questa natura producono ulteriori difficoltà e problemi. Così è e così continuerà a essere ancora per un po’.

A proposito di questo. Vent’anni fa l’intervento militare in Afghanistan fu giustificato come un atto dovuto nella guerra al terrorismo, dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ora Biden, parlando a raffica agli americani, afferma che quell’obiettivo è stato raggiunto con la cacciata di al-Qaeda dall’Afghanistan e l’eliminazione di Osama bin Laden. Ma se è così, cosa siamo rimasti a fare in quel Paese per tutto questo tempo?
Anche qui, bisogna ancora una volta tornare a questo problema di crisi degli imperi coloniali. Quando gli imperi coloniali sono diventati più o meno accettabili di quanto erano stati in passato, criticati da una parte dell’opinione pubblica, è successo che molti Paesi hanno cercato di dare una copertura di nobiltà dicendosi Paesi maestri, che avrebbero aiutato le generazioni dei loro cittadini coloniali a diventare cittadini moderni. Ci siamo tutti in qualche modo promossi maestri, insegnanti del mondo coloniale, quasi per riscattare il nostro passato di colonialisti e, al tempo stesso per conservare una presenza, perché era questo ciò che s’intendeva veramente fare. E allora assistiamo a queste situazioni, in cui si giustificano la propria presenza o il desiderio di essere presenti, con una funzione morale. Quello di cui credere, su cui credere, su cui scommettere di questi tempi è piuttosto limitato, ma su quello che è oggetto della nostra conversazione, direi che è quello che sta accadendo, mi lasci aggiungere, guardando a questi vent’anni.

A proposito di imperi. L’Afghanistan è stato definito, storicamente, “il cimitero degli imperi”. È anche il “cimitero” della Nato?
Le confesso che non si deve mai dire di sì a qualche cosa che si desidera. Perché francamente se questo accadesse, direi innanzitutto che ha una certa logica. Perché anche la Nato è in una situazione per certi aspetti simile, sotto il profilo politico, morale, di quello che le dicevo prima, cioè gli imperi che si promuovono insegnanti, missionari, cultori. Anche la Nato è a caccia di un ruolo internazionale. Con la fine della Guerra fredda, la Nato è finita tra i disoccupati. E siccome a un certo punto, qualche persona, anche in buona fede, ha pensato che dopotutto la Nato rappresenta pur sempre un legame con gli Stati Uniti che non sarebbe prudente mandare a carte all’aria, e allora c’è questo tentativo della Nato di rivalutare se stessa, di dimostrare uno scopo, una qualche utilità. Io guardo soprattutto a noi, all’Europa, perché in Europa ci sono Paesi e gruppi politico-sociali che questo discorso sulla Nato lo fanno. Questo discorso di rivalutazione della Nato con queste funzioni, presenta per noi uno straordinario svantaggio. Perché ci fa dimenticare che la prossima mossa dell’Unione Europea è ricostruire la Ced, la Comunità Europea di Difesa che poi saltò al Parlamento francese. Noi dobbiamo far rinascere la Ced. Non si chiamerà più così, si chiamerà Unione Europea di Difesa o qualcosa del genere. Noi non abbiamo bisogno della Nato. Noi abbiamo bisogno dell’Unione Europea di Difesa.

In Italia si è aperto un dibattito su trattare sì, trattare no con i Talebani. Intanto, il direttore della Cia ha incontrato nei giorni scorsi a Kabul il leader dei talebani. Come la mettiamo? Non c’è un po’ tanto di ipocrisia in questo rovello?
Debbo dire che il realismo finisce sempre per prevalere. E anche chi si era esposto dichiarando impossibile parlare con i Talebani, prima o dopo finirà a dire che con i Talebani bisogna parlare. Questa è una specie di logica che presenta molti inconvenienti. Perché nel momento in cui lei parla con una organizzazione che è così agli antipodi di quello che noi consideriamo democrazia politica, stato di diritto, parità di genere etc., è come se li avesse promossi, autorizzati a esistere. Le confesso che questo mi dà un po’ fastidio. M’infastidisce l’idea che si debba parlare con questa gente. Per carità, tutti hanno la loro giustificazione di esistere, ma parlare con coloro che, salvo clamorosi ripensamenti, continueranno a essere ciò che sono sempre stati, beh, è davvero dura da accettare. Loro sono la negazione di tutto ciò che noi consideriamo utile per il maggior numero possibile di persone. Sono esattamente il contrario. Perché i Talebani non sono una formazione politica. Sono dei “missionari”. E ragionare con i missionari non è mai facile, e qualche volta è addirittura inutile.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.