Dopo 31 anni dalla morte del padre, Walter Morrone ancora non si arrende. «Mio padre, il carabiniere Antonio Morrone, è stato ucciso dai fumi tossici delle macchine alla stamperia della Corte Costituzionale a Roma» racconta a Il Riformista. La sua famiglia non vuole soldi dalla Consulta, ma “verità”: riconoscere finalmente la causa di servizio, per dimostrare che Morrone e i suoi colleghi sono morti di tumore per mancanza di sicurezza sul posto di lavoro. Per questo Walter si appella al nuovo presidente Mario Morelli, allora assistente di studio alla Corte.

Antonio Morrone inizia a lavorare al centro stampa della Consulta nel 1976. «Quella stamperia era un inferno chimico – racconta il figlio- non c’erano cappe aspiranti e le sostanze usate per la manutenzione delle macchine erano altamente cancerogene. Lui e i suoi colleghi si andavano a lamentare perché dicevano di non riuscire a respirare».  Nell’89 Antonio si ammala: neoplasia all’intestino. È inoperabile e in pochi mesi si spegne.

La battaglia di Walter Morrone: "Da 31 anni lotto per mio padre avvelenato alla Consulta"LA STORIA: https://bit.ly/35MLBAV

Gepostet von Il Riformista am Samstag, 19. September 2020

Oggi il centro fotoriproduzione e stampa della Consulta è all’avanguardia, ma secondo Antonio Morrone: «I veri miglioramenti li hanno fatti dopo che è morto mio padre. Ora il centro andrebbe dedicato a lui». Intanto nel 1990 la famiglia Morrone presenta la domanda per il riconoscimento della causa di servizio. Lavorando in autodichia è la stessa Corte a dover rispondere e non un Tribunale ordinario del Lavoro, ma fino al 1994 non succede nulla. A quel punto Walter racconta di essere andato dall’allora segretario generale Cesare Bronzini, che gli avrebbe parlato di un parere negativo del Comitato delle pensioni privilegiate presso la Corte dei Conti.

La famiglia Morrone decide allora di far fare una perizia: se ne occupa la dottoressa Caterina Offidani. La sua relazione, in linea con quello che poco prima aveva stabilito la Commissione ospedaliera della Cecchignola, parla di locali non a norma e di una malattia insorta per “le disagevoli condizioni ambientali in cui ha operato per 13 anni Antonio Morrone”. Per la Corte, però: il tumore del carabiniere non dipendeva dalle sostanze utilizzate (un’altra perizia parla di connessione “rarissima”), venivano fatte visite di controllo (smentite da Walter) e nella stanza c’era areazione, perché venivano aperte porta e finestra.

Nell’iter penale che si apre viene chiesta una prima archiviazione, ma il giudice Otello Lupacchini la respinge, chiedendo di avviare un’indagine a 360° gradi per punire gli eventuali responsabili. Nel 2002, però, arriva l’archiviazione definitiva. La famiglia prova allora la strada del diritto civile, ma anche questa via non porta a nulla. Nel frattempo tra i colleghi di Antonio sono spuntati altri tumori che li hanno portati alla morte.

Nel 2015, quindi, i Morrone presentano una nuova istanza alla Corte, con decine di documenti allegati, per chiedere di riaprire il caso. Sono ancora in attesa di una risposta. «Io sono molto arrabbiato per il fatto che non si è raggiunta la verità– ci spiega Walter- Oggi riconoscere la causa di servizio per mio padre significa riconoscerla anche per i colleghi che non ce l’hanno fatta. Io vado avanti, perché un figlio deve lottare per il proprio padre».

Giacomo Andreoli e Chiara Viti