Perché non c’è un magistrato di Sorveglianza in ogni carcere? Se ci fosse, come si auspicava trent’anni fa anche sulla base di quanto previsto dalla legge, oggi le carceri sarebbero forse diverse e funzionerebbe diversamente, e forse meglio, anche il settore dell’esecuzione della pena. Oggi, invece, la situazione è tale per cui un magistrato di Sorveglianza non riesce neppure a svolgere adeguatamente la funzione più strettamente giurisdizionali. «I Tribunali di Sorveglianza di tutta Italia, salvo qualche lodevole eccezione, versano in uno stato totale di abbandono e disorganizzazione che, di fatto, impedisce il rispetto dei principi costituzionali», tuonano gli avvocati penalisti napoletani. La Camera penale partenopea, guidata da Marco Campora, ha presentato una mozione, approvata al Congresso dell’Unione Camere Penali Italiane, per chiedere maggiore attenzione al tema delle carceri e, in particolare, al funzionamento del Tribunale di Sorveglianza.

La mozione è stata presentata dagli avvocati Alessandra Cangiano, Valerio Esposito, Errico Frojo, Carmine Ippolito e Angelo Mastrocola, delegati al congresso. Riflettori puntati, quindi, sullo sfascio dei Tribunali di Sorveglianza a cominciare da quello di Napoli che, secondo i penalisti, «si caratterizza per il sistematico diniego di giustizia». Troppi arretrati, troppe decisioni prese in ritardo, troppi vuoti negli organici. Per far fronte a tante criticità, i penalisti napoletani chiedono quindi un’attività incessante di monitoraggio e, se necessario, di denuncia sul funzionamento dei Tribunali di Sorveglianza e un pressing su Governo, partiti politici e istituzioni affinché si intervenga stanziando più risorse per questo settore della giustizia da sempre trascurato. «Questo sfascio – si legge nella mozione – non appare casuale, ma frutto presumibilmente di un cinico calcolo politico. In presenza di risorse insufficienti si è deciso di tagliare soprattutto nel settore più debole, di chi non ha voce, di chi non ha protettori e semplicemente non produce consenso».

Ora, in vista dei fondi che arriveranno dall’Europa, i penalisti di Napoli chiedono che «una parte considerevole delle risorse per la giustizia provenienti dal Recovery Plan siano destinate all’Ufficio e al Tribunale di Sorveglianza che è oggettivamente il settore della giustizia in questo momento più allo stremo, ove è innanzitutto necessario implementare massimamente la pianta organica. Così come riteniamo essenziale che si diano forza, sostegno e idee a ogni progetto che miri a ricondurre la pena detentiva alla funzione e al ruolo che le è proprio, cioè quello di extrema ratio».

«Ammassare sempre più corpi in luoghi sempre più angusti e fatiscenti senza offrire loro una speranza e una possibilità di riscatto – aggiungono – non può che condurre a una violenza nichilista quale quella a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni. Violenza a cui si è risposto con un’indegna e feroce violenza di Stato che ha rappresentato uno dei momenti più bui della nostra recente storia repubblicana. I pestaggi avvenuti in molti penitenziari italiani non sono stati un fulmine a ciel sereno: da un lato, sono figli di un pensiero, sedimentato nella società, che individua i reclusi come relitti privi di ogni diritto, e dall’altro della disorganizzazione di un sistema che, intriso di una burocratizzazione disumanizzante, ha da tempo smarrito il senso della sua funzione».

Di qui l’amara constatazione: «Trent’anni fa si auspicava un magistrato di Sorveglianza presente nelle carceri che controllasse adeguatamente il rispetto dei diritti umani nelle concrete modalità di espiazione della pena. Oggi tutto questo appare come una chimera». A dare speranza c’è solo la possibilità di una riforma. «Va superata la visione carcerocentrica – precisano i penalisti –  E occorrono risorse e una diversa visione».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).