Ieri ho cercato di spiegare perché il codice degli appalti è illegale e quanti danni ha prodotto. Ora penso che sia arrivato il momento in cui la Confindustria, l’ANCE e il Sindacato mettano in mora il Governo denunciando quanto sia rilevante il danno che l’intero comparto ha vissuto e sta vivendo; un danno che, se non si vuole diventi irreversibile, va affrontato non con provvedimenti il cui arco temporale è completamente estraneo alla logica della “emergenza”.  Mi chiedo se non siano sufficienti questi dati:
120.000 imprese fallite negli ultimi cinque anni
Oltre 600.000 unità lavorative perse, sempre nell’ultimo quinquennio
Oltre sette grandi imprese in “concordato preventivo”.

Sono sufficienti questi dati per ribaltare ogni atteggiamento attendista, ogni atteggiamento mediatico usato solo a testimoniare un atteggiamento di buona volontà. In altri momenti questa prolungata stasi avrebbe portato le organizzazioni sindacali e la stessa Confindustria a proclamare uno sciopero generale. Invece la tecnica adottata dai Governi che si sono succeduti nell’ultimo quinquennio si è purtroppo basata su l’assurda logica del “Ne parliamo dopo”. Ne parliamo dopo l’approvazione della manovra finanziaria, ne parliamo dopo il summit di Governo su cosa fare delle concessioni autostradali, ne parliamo dopo le elezioni regionali in Puglia e in Liguria, ne parliamo dopo la costituzione dell’apposito organismo presso la Presidenza del Consiglio denominato Investitalia

Coloro che ormai da oltre cinque anni sono al Governo del Paese continueranno a seguire questa tecnica, o meglio, continueranno a sopravvivere sposando in pieno la strategia del rinvio. Assisteranno impassibili alle grida inutili dell’ANCE e della Confindustria sulla necessità di far ripartire gli investimenti in infrastrutture, assisteranno impassibili ai solleciti, davvero ridicoli, di un Sindacato ormai appiattito sulle false promesse dello stesso Governo e forse disinformato della gravità in cui versa il comparto delle costruzioni, assisteranno alla irreversibile fine di un numero rilevante di imprese.

E cosa ancor più grave all’interno del Governo c’è una forza politica, nata pochi mesi fa, su iniziativa di Matteo Renzi che continua a denunciare «la urgenza di sbloccare un volano di risorse pari a circa 120 miliardi di euro già disponibili da anni, un volano che se investito in modo rilevante nel Mezzogiorno del Paese potrebbe davvero rilanciare la nostra economia». Considero grave questa dichiarazione per i seguenti motivi: purtroppo le risorse disponibili come “cassa” nel triennio 2020 – 2022 non superano i 4 miliardi di euro e le risorse comunitarie da spendere entro il 31 dicembre 2023 sono pari a 38 miliardi di euro (di cui circa 19 miliardi da garantire con fondi italiani). Quindi le uniche risorse disponibili nel prossimo triennio non superano i 23 miliardi.

A questa somma sarebbe stato possibile aggiungere circa 7 – 8 miliardi di euro di investimenti da parte della Società Autostrade per l’Italia per la realizzazione dell’asse autostradale “Gronda di Genova” e per la fluidificazione funzionale del nodo di Bologna, ma allo stato, dopo il crollo del ponte Morandi, questi impegni della Società Autostrade sono bloccati. Appare evidente quindi che questa logica del “rinvio” delle scelte e delle azioni concrete per far ripartire la macchina delle Stato è del tutto diversa da quella che fino alla fine del 2014, grazie alla Legge Obiettivo, aveva aperto davvero e in molti casi concluso una serie di cantieri e, in soli 10 anni aveva investito circa 120 miliardi di euro.

Forse i vari schieramenti politici che in questi ultimi cinque anni si sono succeduti nella gestione della cosa pubblica non hanno nessuno interesse, nessuna convenienza nel costruire le condizioni di crescita del Paese e ciò sia perché gli investimenti in infrastrutture producono un ritorno solo dopo un arco temporale lungo, sia perché la base elettorale si accontenta dell’annuncio, crede ancora nelle promesse e quindi garantisce un consenso anche a governanti che ormai non sono più credibili. Perché si è deciso di annullare il Decreto Legislativo 163/2006, perché si è voluto distruggere la Legge 443/2001 (Legge Obiettivo). Il 14 febbraio scorso, Giorgio Santilli ha pubblicato su Il Sole 24 Ore un articolo dal titolo A vent’anni dalla Legge Obiettivo ultimato il 21% di opere prioritarie.

Nell’articolo si precisava: «A quasi venti anni dalla Legge Obiettivo sulle grandi infrastrutture strategiche, delle 25 opere classificate come di serie A per un valore di 89 miliardi sono stati completati appalti per quasi 19 miliardi, pari al 21% del totale, mentre lotti per altri 35 miliardi hanno i cantieri in corso». Fortunatamente sono ancora vivo e quindi posso, quanto meno, fornire alcuni chiarimenti ed alcune precisazioni sul Rapporto prodotto dal Servizio Studi della Camera dei Deputati in collaborazione con l’ANAC e con il Cresme e sulla costruzione di una contabilità di Legge Obiettivo coerente con le finalità della Legge stessa.

Intanto le opere della Legge Obiettivo erano presenti nel Piano delle Infrastrutture Strategiche approvato dal CIPE con Delibera 121 del 21 dicembre 2001 e le “25 opere strategiche di serie A”, riportate nel Rapporto, sono un riferimento interpretativo gratuito, un riferimento presente nel «primo non Allegato Infrastrutture al Documento di Economia e Finanza dell’ex Ministro Del Rio». Quindi, solo a titolo di esempio, mancano nelle opere elencate nel rapporto, alcune come quelle di seguito ripotate: Passante di Mestre 830 milioni, Raccordo Anulare di Roma 570 milioni, A2 Autostrada Salerno – Reggio Calabria 8.332,7 e non 4.704,6, AV Milano – Bologna 4,8 miliardi, AV Firenze – Bologna 6,7 miliardi, AV Torino – Milano 7,2 miliardi, Variante di Valico 4,3 miliardi, Schemi idrici 1,2 miliardi. Per un totale di 29,228 miliardi per cui 29.228 + 89,2 = 118,4 di cui finiti 45,9 miliardi cioè il 39%. Non il 21 % ma il 39% ed il 30% degli interventi sono in corso avanzato di realizzazione.

Un risultato che ritengo valido se si tiene conto che la Legge Obiettivo ha avuto un arco temporale di quindici anni, dal 2001 al 2014, dopo abbiamo vissuto solo di trascinamento di quanto previsto dalla Legge Obiettivo e non di altri nuovi interventi. In quindici anni, come ricordato prima, sono state attivate risorse per 118 miliardi di euro di cui 45 miliardi di euro relativi a opere completate e 35 miliardi relativi a opere in corso di realizzazione, dal 2015 in poi c’è stata la completa stasi e solo “annunci”. Non c’è Anac, non c’è Cresme, non c’è Centro Studi della Camera che possa smentirlo.