Lo scaffale
La libertà dopo il progressismo: perché il wokismo è entrato in crisi
Nel 1949 uscì un pamphlet di notissimi intellettuali (Gide, Silone, Koestler tra gli altri) divenuto un classico, “Il dio che è fallito”: quel “dio” era l’idea comunista più che il comunismo come fatto storico, che doveva crollare quarant’anni dopo. Il “dio” oggi è un altro: il progressismo nella sua versione contemporanea del wokismo e della subalternità alla tecnica, e non solo il progressismo come essenza del discorso della sinistra ma anche nel senso della “coloritura” progressista del liberalismo.
Questo è il perno su cui ruota questo libro di filosofia politica – particolarmente chiaro e da tutti fruibile – curato da Massimo De Angelis assieme a un nutrito gruppo di intellettuali (“La libertà – Dopo l’eclissi progressista e l’avvento delle IA”, Rubbettino). L’anti-progressismo del volume non sfocia banalmente nel sostegno al pensiero di destra oggi dominato dall’ideologia Maga, seppure De Angelis non consideri un accidente il fenomeno del trumpismo ma una risposta alla ideologia progressista. Esso – scrive – «si sviluppa come reazione da parte del potere esecutivo contro l’allargarsi del potere giudiziario e di quello delle infrastrutture statali, il cosiddetto deep State. Come tutti i rovesciamenti ha una componente di forza. Persino brutale. Ma insieme ha una sua giustificazione». Su questo, Sergio Belardinelli, nel suo saggio, è meno netto: «Trump e i suoi seguaci si stiano facendo promotori di un pericoloso neointegralismo, quasi che lo Stato, la politica e la legislazione debbano essere di nuovo sottoposte al potere della religione. E dato che la maggior parte di costoro sono cattolici, vedi il vicepresidente Vance, si torna a prima del Concilio Vaticano II. Qualcosa che francamente non credo possa piacere ai liberali, ma nemmeno ai liberalconservatori».
Per chiarire meglio la questione, è bene andare subito al punto con maggiore respiro storico. Dopo la fine del comunismo (1989) – scrive De Angelis – «ha vinto la libertà ma non altrettanto la democrazia. E la libertà senza democrazia si impoverisce e finisce col tradire se stessa. Perché si disinteressa del bene comune. Diciamolo ancora in un altro modo. Della triade rivoluzionaria francese libertà, fraternità, uguaglianza si è affermata la prima, si è indebolita la terza, si è del tutto eclissata la seconda». E questo non perché abbia prevalso la reazione ma perché – osserva ancora De Angelis – «il liberalismo progressista non finge neanche più di perseguire l’ideale di una società fondata su leggi morali, su doveri conseguenti, e quindi giusta, ma sostituisce tutto questo col riferimento al desiderio individuale e alla sua esigenza di esser soddisfatto, e in ciò a un egualitarismo alquanto primitivo e irrimediabilmente invidioso. ‘Homo democraticus’ come ultimo uomo» in senso nietzschiano. L’autore mette in chiaro una questione fondamentale: «Dobbiamo dircelo: ci sono due diverse idee di libertà. Una che persegue la pienezza umana, l’altra solitari traguardi postumani. La crisi attuale dell’Occidente si manifesta in una crescente divaricazione, nel pensiero liberale, tra un’ispirazione cristiana e popolare e un’altra individualista e progressista. Si rompe così quello storico compromesso tra cristianesimo e umanesimo laico che ha presieduto alla nascita e al consolidamento della democrazia in Italia e in Europa».
È in seguito a quella rottura che la democrazia va in crisi. In Europa e in Italia. Dove lo Stato è dominato dalla magistratura che ha mangiato la democrazia liberale e l’umanesimo cristiano che a quello donava linfa vitale. Adesso, «la dimensione interattiva prodotta dal digitale e oggi dall’intelligenza artificiale rende tutto estremamente chiaro. L’individuo è un vuoto narcisistico occupato dal linguaggio dell’altro macchinico. In certo senso la grandiosa sfida dell’IA, alla quale è necessario e possibile rispondere, sta proprio qui». Sapendo che la cultura liberale deve conoscere una sua «riforma» sotto il segno – diremmo – del recupero dell’uomo in senso cristiano e della comunità come dimensione culturale e istituzionale, «una riforma che nasca da un approccio di pensiero che si può forse definire liberal-popolare secondo quella che è una tradizione ben iscritta nel pensiero politico cattolico italiano, e cioè quella sturziana». Si potrebbe definire: liberalismo cristiano.
Aggiunge Lorenzo Ornaghi che la politica ha divorato la società auspicando che questa «trovi la volontà, prima ancora della capacità, di affrancarsi da un simile asservimento, rispetto alle sorti della democrazia di noi contemporanei è con ogni probabilità l’altra e forse ancora più complicata incognita». È un’analisi molto seria e in un certo senso anche una piattaforma di battaglia delle idee. Preziosi i contributi di alto livello di Ornaghi (“Democrazia dei moderni e democrazia di noi contemporanei”), Piergiuseppe Monateri (“La Libertà e i Giuristi. Anatomia di un potere parallelo“), Belardinelli (“Che cosa dopo l’epoca progressista?”), Marco Invernizzi (“Dopo il progressismo: la prospettiva conservatrice”), Raimondo Cubeddu (“Conoscenza, religione, educazione: chi sono i nuovi nemici della libertà“), Flavio Felice (“In difesa del capitalismo democratico“), Pierpaolo Donati (“Una antropologia relazionale per la società dell’AI“), Paolo Maria Floris (“La libertà della famiglia dopo l’eclissi del progressismo“), Rocco Pezzimenti (“Quale Europa politica? Dalla cessione alla condivisione della sovranità“).
Dunque, si tratta di andare ben al di là del conservatorismo classico, cui pure alcuni degli autori assegnano un ruolo fondamentale nella storia delle idee. Si tratta di una sfida inedita al progressismo individualistico oggi in crisi, ma anche (Belardinelli) alle logiche di guerra. Il “capitalismo democratico” resta il campo d’azione (Felice) ma corretto da una inedita tensione solidale e comunitaria (Ornaghi). È una partita aperta (Invernizzi). E qui c’è un bell’arsenale di idee.
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