L’uscita di Pina Picierno dal Pd non è una semplice vicenda interna al Nazareno. È un sintomo. Picierno non se ne va perché cerca un approdo più comodo, ma perché vede consumarsi, dentro il Partito democratico, la frattura fra una cultura riformista, europeista, liberaldemocratica, e una sinistra che torna a pensare l’Occidente soprattutto come colpa e privilegio dei ceti garantiti.

Il commento che da sinistra ha salutato il suo addio come una “liberazione” è interessante proprio per questo. Non è tutto sbagliato. L’errore però comincia quando la difesa dell’Occidente democratico viene liquidata come liturgia dei privilegiati. Qui riaffiora il vecchio riflesso della sinistra postcomunista: se le autocrazie avanzano, se gli ayatollah soffocano le donne iraniane, se Le Pen o Trump intercettano rabbie reali, allora il problema non sarebbe la minaccia alla libertà, ma la colpa strutturale del sistema occidentale. Come se i “barbari” fossero sempre soltanto il prodotto dei nostri peccati. E invece i barbari sono anche dentro di noi. Sono nelle divisioni irrisolte, nell’incapacità di diventare europei adulti, nella rinuncia a completare ciò che De Gasperi e Spinelli avevano intravisto: un’Europa non solo economica, ma politica, culturale, morale e capace di difendersi. Abbiamo costruito il mercato prima del demos, la moneta prima della sovranità comune, le regole prima di una coscienza storica condivisa. Poi ci stupiamo se l’Europa appare spesso come un gigante giuridico e un nano politico.

Il punto non è scegliere tra giustizia sociale e libertà. Il punto è ricongiungerle. La sfida è costruire una democrazia liberale popolare: capace di difendere l’Ucraina senza dimenticare i salari bassi, di parlare di sicurezza senza consegnarla alla destra, di redistribuire senza odiare il merito, di riconoscere le paure sociali senza trasformarle in indulgenza verso le autocrazie. Per questo serve anche un nuovo dialogo fra credenti e non credenti. Non come ornamento spirituale, ma come questione europea decisiva. L’Europa non nasce da un manuale di economia: nasce dal diritto romano, dalla filosofia greca, dall’umanesimo cristiano, dall’Illuminismo, dalle rivoluzioni liberali e sociali, dalla tragedia del Novecento. Chi esclude l’umanesimo cristiano dalle radici europee non rende laico lo spazio pubblico: lo impoverisce. E chi usa la fede contro la libertà tradisce la fede stessa. Il terreno comune è il rispetto della persona e della sua dignità.

Qui il dalemismo di ritorno e il nuovo linguaggio progressista si toccano più di quanto sembri. Il primo dice in italiano politico ciò che il secondo spesso dice in lessico woke: l’Occidente è sospetto, la difesa della libertà è ambigua, il riformismo è moderatismo sociale, l’europeismo è buono solo se non costa potere, difesa, responsabilità. Ma così si resta prigionieri del trauma del 1945: un’Europa spartita fra due superpotenze, giudicata da altri, salvata da altri, riabilitata solo a condizione di non credere più in sé stessa. Quel prezzo l’Europa lo ha pagato. Non per dimenticare le proprie colpe, ma per uscire dalla pedagogia eterna della colpa. Non esistono popoli o individui puri e altri complici per sempre. Esistono istituzioni libere o illiberali, stati di diritto o poteri arbitrari, democrazie fragili o autocrazie aggressive. Se la sinistra non sa più distinguere questo, non è più sinistra: è cattiva coscienza organizzata.

L’addio di Picierno dice allora una cosa semplice: lo spazio riformista non può più vivere come corrente tollerata dentro un partito che non sa se vuole governare o testimoniare. Serve una costituente liberaldemocratica, italiana ed europea insieme. Un partito che abbia il coraggio di chiamarsi anche italiano, perché l’europeismo non sia percepito come fuga dalla patria, ma come compimento della migliore vocazione nazionale. Essere europeisti non significa essere meno italiani. Significa prendere sul serio De Gasperi, Spinelli, la Repubblica, la libertà e il popolo.

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