Il prezzo di quella cecità lo stanno pagando ancora oggi le sopravvissute
Gang e abusi sui minori in Regno Unito, il costo del politicamente corretto: “Non dite razza o religione”
Dalle denunce del Jay report al recente accoltellamento di Henry Nowak. Ecco cosa accade quando i criminali possono giocare la carta del razzismo
Pochi giorni fa, prima di andare in onda su Good Morning Britain, la sopravvissuta Sammy Woodhouse ha ricevuto da un produttore di uno dei principali canali televisivi britannici l’indicazione esplicita di non menzionare la razza o la religione degli uomini che avevano abusato di lei a Rotherham. Sammy ha rifiutato e ha ottenuto le scuse dell’editore. È il sintomo di un fallimento istituzionale che ha segnato uno degli scandali più gravi di sfruttamento sessuale di minori in Europa.
Il rapporto Jay del 2014 su Rotherham ha documentato che tra il 1997 e il 2013 almeno 1.400 ragazze (molte di loro bianche britanniche, povere e spesso in affidamento) sono state adescate, stuprate ripetutamente e trafficate da gruppi organizzati di uomini, prevalentemente di origine pakistana e britannica. “Diversi dipendenti hanno descritto il loro nervosismo nell’identificare le origini etniche degli autori, per paura di essere considerati razzisti; altri ricordavano chiare direttive impartite dai loro superiori di non farlo”. In questo caso, la paura di apparire razzisti ha contato più della protezione di bambine vulnerabili.
Non si tratta di criminalizzare intere comunità, significa riconoscere che in alcune sacche si è consolidato un modello criminale che ha sfruttato sia la vulnerabilità delle ragazze, sia la cecità ideologica delle istituzioni. Le testimonianze parlano di disprezzo esplicito verso le vittime, definite volgarmente “white slags” e “English pig dogs”, spesso con giustificazioni culturali o religiose. Casi recenti come quello di Henry Nowak, il diciottenne bianco britannico accoltellato a morte, mostrano lo stesso pregiudizio ideologico: la polizia ha creduto alla falsa accusa di aggressione razzista dell’omicida sikh e ha ammanettato il ragazzo agonizzante lasciandolo morire. Meccanismi analoghi si sono registrati altrove in Europa. A Colonia, nella notte di Capodanno 2015, centinaia di donne furono aggredite sessualmente in piazza da gruppi di uomini prevalentemente nordafricani e arabi; polizia e media minimizzarono inizialmente la portata e l’origine degli autori per non alimentare tensioni razziali, fino allo scandalo che seguì. Dinamiche comparabili sono emerse in Svezia, dove inchieste e rapporti ufficiali hanno mostrato ritardi e cautele eccessive nell’affrontare casi di stupri di gruppo legati a comunità immigrate.
Qui emerge il doppio standard. La stessa area culturale e politica che ha fatto della lotta alla violenza di genere, al “maschio tossico” e alla protezione delle donne una bandiera prioritaria, ha mostrato una riluttanza evidente quando gli autori appartenevano a minoranze etnico-religiose considerate “oppresse”. Lo stesso meccanismo si è visto nelle reazioni incerte di una parte del mondo progressista e femminista internazionale di fronte alle violenze sessuali del 7 ottobre 2023 commesse contro donne israeliane. Quando la narrazione ideologica prevale sui fatti, le vittime reali (bambine povere e vulnerabili o ebrei-israeliani) vengono abbandonate. Il calcolo politico ha fatto il resto: in molte aree le comunità pakistane votavano in blocco per il Labour e disturbarle era politicamente costoso. Così come smascherare Hamas e i suoi sostenitori per i crimini efferati compiuti è una posizione politica poco fruttifera.
Per una sinistra riformista che voglia ancora dire qualcosa di credibile sulla protezione delle donne e sull’integrazione, la strada non passa per l’ennesima difesa dell’ortodossia identitaria. Passa per il coraggio di riconoscere che alcune culture, quando non vengono poste di fronte alla pretesa chiara di adesione ai valori fondamentali della società ospitante, possono generare sacche di rifiuto e di violenza selettiva.
Tacere su questo non è antirazzismo. È abbandono delle vittime. Il prezzo di quella cecità lo stanno pagando ancora oggi le sopravvissute, e lo pagherà, prima o poi, anche la credibilità di chi ha scelto di non vedere, favorendo quelle destre che approfitteranno del semplice buonsenso per minare le nostre democrazie, come appena accaduto in Inghilterra con Starmer.
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