Un premier blindato dalla sua maggioranza più per necessità che per convinzione. E “bastonato” dalle opposizioni in modo però, questa volta, né becero né sterile. Al netto degli “Stati generali di villa Pamphili” evocati e bollati come «inutile e insignificante passerella per perdi-tempo». E del sarcasmo per «aperitivi e stuzzichini in villa mentre l’Italia affonda». Se c’è una novità nel rito stanco dell’informativa del premier alla vigilia del Consiglio europeo che sta definendo l’erogazione di 750 miliardi per pompare risorse all’Europa in ginocchio causa virus, va cercata tra le forze di centrodestra. La divisione ieri è stata plastica. Forza Italia è rimasta in aula e soprattutto Renato Brunetta alla Camera («facciamo subito, insieme, il Piano nazionale per le riforme e ripartiamo»), con toni più polemici Anna Maria Bernini al Senato, hanno dettato la lista delle cose da fare. In modo costruttivo. “È lei presidente che non legge le proposte che facciamo e perde tempo agli Stati generali. E mi guardi in faccia quando le parlo» lo ha attaccato Bernini.

Il Pd Borghi, alla Camera, ha fissato la scena con un tweet: «La maggioranza europeista in aula». Un messaggio per il futuro rivolto ai 5 Stelle: il Mes passerà, con o senza di loro. Lega e Fratelli d’Italia hanno invece abbandonato l’aula dopo i rispettivi interventi. Gli spicchi d’aula vuoti non sono mai un bel messaggio. Specie se il premier ha appena chiesto unità, condivisione, coesione. Ma più dei banchi vuoti ha stupito Matteo Salvini. «Ci sta provando» è il commento girato nella chat dei senatori Pd dopo il suo intervento. È successo infatti che al posto del solito mattatore irriverente che comunica con slogan, il numero 1 della Lega ha indossato i panni del leader propositivo, un po’provocatorio ma concreto. Ha parlato di appalti pubblici che «devono essere liberati dal codice degli appalti e seguire le prassi europee» e seguire «il modello Genova e non quello Cgil». Di «saldo e stralcio al venti per cento dell’importo per 8 milioni di cartelle esattoriali pronte per essere recapitate agli italiani».

Ha parlato di decreti “scritti male” motivo per cui non “arrivano” ai cittadini: «Se le banche non danno i soldi o non arriva la cig significa che avete fatto male il decreto, riscriviamolo insieme». Una lista di 7/8 punti del tutto condivisibile. Non sono solo gli occhiali tondi e il tono da studente a fare la differenza. E di sicuro Salvini non ha risposto a Renzi che poco prima in aula aveva invitato le destre sovraniste a «cambiare linea perché il vostro sogno antieuropeista si scontra con la realtà». Piuttosto, si fa notare tra discreti capannelli leghisti nel via vai di palazzo Madama, «Orban ha detto sì al Recovery fund, vuole quei soldi e anche di più, e ci manca solo che ci facciamo smarcare dall’Ungheria». Stanno arrivando soldi, tanti – è il ragionamento – e «dobbiamo gestire anche noi questa partita. Ridicolo opporsi». Un ragionamento su cui “senatori” padani come Giorgetti, Galli, lo stesso Zaia lavorano da tempo.

Il problema resta il Mes: erogabile da luglio, 5 miliardi al mese per un totale di 37 miliardi con il vincolo delle spesa per la sanità. Poterli prendere da subito eviterebbe al governo la necessità di fare altro debito (oltre 10 miliardi) per garantire la cassa integrazione fino a Natale e allontanare l’incubo di un milione di disoccupati. «Chiederò il voto al Parlamento quando sarà tutto definito» ha detto Conte. Non domani, quindi. Forse a metà luglio. L’obiettivo del premier è evitare da qui ad allora lo strappo nei 5 Stelle. O comunque renderlo indolore. Al di là del soccorso azzurro ieri evidente in aula.

La maggioranza blinda il suo premier. Persino Renzi lo accarezza. Il Pd è in modalità di attesa per poi, come rassicurano deputati e senatori, «completare l’operazione di assimilazione dei 5 Stelle». Il Movimento è impegnato in operazioni un po’ surreali: negare lo strappo Di Battista-Grillo e l’imbarazzo per la vicenda soldi dal Venezuela; commemorare ancora i morti che però è altra cosa dalla ripartenza (la senatrice Giannuzzi e il deputato Filippo Scerra). Conte compra tempo. Oggi sarà il quinto giorno di ascolto nei saloni del Casino del Belrespiro. Promette, lo ha fatto ieri sera, «il decreto semplificazioni e importanti riforme per la ripartenza». Ma il tempo è quasi scaduto.