Con molta probabilità sotto l’ombrellone gli italiani troveranno una nuova legge elettorale. La riforma è calendarizzata alla Camera per il prossimo 26 giugno ed è chiaro che la maggioranza intende andare spedita e non mostrare segni di cedimento, nonostante le vibranti e rumorose proteste del centrosinistra. A destra si garantisce ampia apertura per modificare il testo, come a voler disinnescare la facile bomba del “ci hanno imposto una legge elettorale a colpi di maggioranza”. Ma è chiaro che, dopo il miracolo veneziano, il plebiscito di Reggio Calabria e gli ottimi risultati in molti altri comuni, il centrodestra sembra essere uscito dallo stato depressivo nel quale era caduto all’indomani del voto referendario; uno stato che tante voci nel mondo conservatore hanno criticato e cercato di ridimensionare, ma che per due mesi ha gettato nel caos la maggioranza.

Premere ora sulla legge elettorale, per Fratelli d’Italia e il centrodestra, ha l’obiettivo di costruire delle garanzie che evitino uno stallo o un pareggio che sparigli le carte e conduca a governi accrocchio come i due esecutivi Conte o il governo Draghi. Anche se i dubbi sull’opportunità di approvare una legge elettorale ad un anno dal voto sono tanti e da tanti manifestati, non solo sul piano dell’opportunità e della percezione, ma della più banale scaramanzia che indurrebbe a evitare questa riforma. Lo stesso rischio di subire una campagna elettorale al grido di “Legge Truffa” o “legge Acerbo bis” è elevatissimo e finirebbe per esacerbare il clima elettorale. La maggioranza però sembra aver scelto la via, nonostante ad oggi risulti vincente anche con la legge elettorale vigente. Perché le amministrative hanno posto i riflettori su tutte le mancanze e le criticità di un campo largo che ad oggi non ha sciolto nessuno dei mille nodi che lo attanagliano.

Ma la vera chiave di volta è quella di ripristinare le preferenze e riconsegnare un diritto costituzionale ai cittadini che ad oggi è stato palesemente negato. Un diritto già ristabilito dalla Corte Costituzionale e abilmente cancellato dai soliti faccendieri di partito che temono di perdere potere e controllo sugli eletti. Nel centrodestra la questione è semplice: Giorgia Meloni vuole le preferenze e dunque anche Fratelli d’Italia, così come Lupi e Noi Moderati; restano freddi Forza Italia e Lega. Il Presidente del Senato Ignazio La Russa l’ha detto chiaramente: “Sono per le preferenze”. Il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, post exploit di Vigevano, ha promesso tutti gli emendamenti possibili pro-preferenze, mentre nel campo largo della sinistra si sussurra, si bisbiglia, ci si indigna. “Siamo l’unico Paese al mondo che cambia le regole del gioco a 12 mesi dalle elezioni”, tuona il deputato Marco Grimaldi (AVS), dimenticando forse che la sinistra, il Rosatellum, l’ha introdotto a quattro mesi dalle elezioni. Insomma, tra le fila del campo largo tanto rumore seguito da un desolante nulla.

“Noi la legge elettorale la facciamo per il bene degli italiani e non per interesse di partito”, ha dichiarato Donzelli, e il suo collega Bignami ha sottolineato quanto sia importante modificare l’attuale Rosatellum per scongiurare rischi di instabilità politica. Che il Rosatellum sia stato scritto con la volontà precisa di ottenere un pareggio, è un dato di fatto. Allora, per favorire un Governo Renzusconi, l’impianto proporzionale fu dosato in maniera scientifica. Nel 2022 Giorgia Meloni però ha sbaragliato tutti, alla testa di una coalizione di centrodestra realmente compatta e completa, sfidando altri due blocchi distinti. L’importante sarebbe che tale cambiamento segua una logica il più lungimirante possibile e non la necessità del momento.

Ecco che dunque il nodo preferenze torna puntuale come un orologio svizzero, e non è un caso che lo stesso Niccolò Machiavelli ritenesse centrale per governare la legittimità del consenso: senza l’istituto delle preferenze, alla luce del modello previsto (il proporzionale), questa legittimità non c’è.

Pasquale Ferraro, Ottavia Munari

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