È stato subito evidente che la pandemia avrebbe ingigantito i problemi preesistenti, che pure erano già così gravi da far parlare di una crisi di civiltà. Una strisciante crisi sociale ne corrode le basi e il consenso. Sfidata da una condizione di eccezione, sotto il peso della pandemia, la politica rivela tutta la sua miseria in Europa, come in tutto l’Occidente. Su un vestito già slacciato e ora esposto al rischio del suo sfacimento, i governi dei paesi europei provano a mettervi delle toppe, ma solo delle toppe. Tutti negano che si potrà tornare a prima del virus, ma i governi si comportano come se fosse possibile e auspicabile farlo. Tra i diversi paesi europei ci sono sicuramente delle differenze di grado, di efficienza e di efficacia nelle misure prese, ma non nella loro ispirazione. Esse risultano concepite per evitare strappi irreparabili e si consumano nel tempo breve. Manca una qualsiasi dichiarata visione strategica. La domanda capitale, cioè quella attorno a quale società si voglia costruire il futuro dopo la crisi, è del tutto assente. La conseguenza, però, non è affatto neutrale, giacché la risposta al quesito, negato nella politica, la daranno i processi reali, la ristrutturazione dell’economia, il protagonismo dei suoi grandi attori.

L’ordine economico globale degli anni Novanta è in rovina. Esso si vantava del successo della teoria di David Ricardo, dei vantaggi comparati, mentre devastava il mercato del lavoro, le regole e i contratti. Ma quel panorama non c’è più. Lo si vede a occhio nudo nella ridefinizione degli assetti geopolitici mondiali, segnati dal conflitto per la nuova primazia tra Cina e Usa, dall’instabilità e dall’accesso a una nuova fase della globalizzazione, costretta a ridefinirsi della sua stessa crisi ed entrata in un percorso accidentato e ancora aperto tra ipotesi diverse, quali la de-globalizzazione o un nuovo assetto per grandi aree economiche, all’interno delle quali risorgono già le dighe protezionistiche. L’Europa, se non saprà scegliere un proprio modello economico, sociale ed ecologico, sarà in balia di questi venti. Un processo di forte riorganizzazione dell’economia li alimenta. Naomi Klein ne ha parlato recentemente nei termini della fondazione di un nuovo capitalismo. La pandemia si rivela così ai suoi occhi come un’occasione per lo sviluppo, ma non a fini sociali. Prendiamone allora uno dei suoi fatti dinamici: l’intelligenza artificiale. Negli Usa, un suo ente di punta, il Nscai, sollecita una nuova alleanza tra i generatori dell’innovazione, a partire da Google e il complesso militare industriale. Apple, Amazon, Google, Microsoft e Facebook valgono oggi più di 5mila miliardi di dollari, grazie all’impennata di domanda tecnologica seguita al coronavirus. Hanno le casse piene e stanno divorando le realtà minori e le startup. Nell’orizzonte dello sviluppo tecnologico, del G5, si esercita una pressione affinché una grande parte di fondi pubblici vada all’attività rivolta a uno sviluppo poderoso dell’intelligenza artificiale. La curvatura culturale, si potrebbe dire ideologica, è dichiarata. Le persone sono a rischio biologico, le macchine no.

Si delineano, dentro un processo molto complesso che richiede di essere indagato a fondo, perché contiene i germi del possibile futuro, alcuni tratti che già ci costringono a riflettere criticamente. I contatti diretti tra le persone e la dimensione comunitaria vengono ridotti al minimo. L’orizzonte a cui si guarda è il contactless. Lavoratori e studenti già subiscono una formidabile pressione per l’individualizzazione dello studio e del lavoro. Il possesso dei metadati è una nuova frontiera del potere, che peraltro si concentra in torri non scalabili. La presenza militare è sollecitata da una condizione di emergenza che tende a farsi pervasiva e permanente, mentre il tema della sicurezza invade la vita quotidiana e la convivenza civile. Non sono solo queste, certo, le tendenze che albergano nella formazione di quel che Klein chiama “il nuovo capitalismo”. Tuttavia, esse non possono essere ignorate, tanto più che esse si combinano con nuove forme di capitale monopolistico che non delineano affatto la società senza lavoro, quanto piuttosto un’ulteriore regressione della sua civiltà. Già lo si intravede proprio nel cuore dell’innovazione nei centri di raccolta e smistamento dati, nelle società ipertecnologiche, sorte per guidare le prossime trasformazioni infrastrutturali, istituzionali e amministrative. I lavoratori sono precari e subalterni, senza autonomia, senza poteri e diritti e c’è da immaginare il traino di questo modello sui settori più tradizionali. Se è vero che queste tendenze cominciano a parlarci delle caratteristiche del nuovo capitalismo, si capiscono meglio le linee di faglia che si aprono nella società, fino a dentro le classi dominanti.

Nella ricerca e nell’Accademia si è messo in moto da tempo una critica diffusa e forte al modello della globalizzazione capitalistica, alla luce dell’esplosione di diseguaglianze destabilizzanti e al fine ingovernabili, e di fronte all’evidenza che ha raggiunto, dopo il 2008 e fino a oggi, la tesi del carattere strutturale delle crisi. La denuncia del fallimento in Europa delle politiche di austerity ha completato il quadro critico, che ha dato luogo a un coro di voci sempre più largo che ha chiesto una svolta nelle politiche economiche degli Stati e delle imprese. Le stesse critiche hanno invaso persino importanti settori della grande imprenditoria mondiale. Già nel 2008, i leader mondiali del G20 sostennero la necessità di intraprendere una riforma radicale del capitalismo, a partire dall’abbattimento dei paradisi fiscali fino alla riforma delle agenzie di rating. Non se n’è fatto nulla. Da ultimo, il coro critico ha preso di mira le diseguaglianze, proponendo una riforma delle politiche fiscali e un cambio nel governo delle imprese con nuove scelte a favore dei salari e dell’ambiente. La politica e i governi sono risultati del tutto impermeabili e hanno continuato a galleggiare come sugheri portati dalle onde. Se qualche segno si ricava dal loro agire, questo è il segno della conservazione del modello già in crisi e di un privilegio degli interessi e delle forze che lo hanno alimentato e che ne costituiscono ancora l’ossatura. La crisi è però così acuta che, oltre a dar luogo al suo fenomeno più rilevante, la drammatica crisi sociale, divide le stesse classi dirigenti, con tuttavia allo Stato un ben diverso peso tra di loro.

Esse si dividono sulle scelte dell’impresa e degli Stati, ma mentre gli innovatori non sembrano nella condizione di perseguire i propri auspici, i conservatori mostrano ben altra incidenza nella realtà. La divaricazione nei suoi termini politico-culturali è netta. Valgano per i primi le ultime affermazioni di un banchiere importante come Matthieu Pigasse: «Questa crisi segna la fine del neocapitalismo liberale, per come l’abbiamo conosciuto, costruito sul trittico: globalizzazione – diminuzione del ruolo dello Stato – passo indietro della protezione sociale. Questo trittico è stato drammaticamente messo in causa dalla crisi e non si rimetterà». Quel che abbiamo chiamato il partito dell’Impresa, che in Italia il presidente della Confindustria ha messo in campo, pensa invece e afferma pubblicamente il contrario di questa tesi su tutti e tre i nodi nei quali si giova lo scontro tra una ripresa economica, senza giustizia sociale né ecologia, e la grande riforma per un diverso modello economico, sociale ed ecologico.

Per lui, lo Stato dovrebbe servire l’impresa, l’impresa dovrebbe essere liberata da ogni vincolo, sia esterno che interno, cioè quello del mondo del lavoro, la ricchezza non potrebbe essere ridistribuita, se non per sgocciolamento. Allora, se la politica non si ricostruisce sull’analisi critica delle nuove tendenze del capitalismo e pone le sue nuove fondamenta sul conflitto sociale, come su quello per le libertà e la dignità delle persone, il suo destino è segnato, e con esso, in particolare, quello di una qualsiasi sinistra. Perché, alla fine, quando crescerà prepotente la domanda di un governo forte, non gli rimarrà che accodarsi ai fautori del capitalismo illuminato, e perdere con essi.