Quasi ci siamo, per far processare Piercamillo Davigo e Paolo Storari. Per ora siamo alla richiesta di rinvio a giudizio avviata dalla procura di Brescia, ma sarà molto difficile che il giudice dell’udienza preliminare, cui spetterà la decisione, non veda la colossale rivelazione del segreto d’ufficio sui verbali di Amara e della Loggia Ungheria di cui i due si sono resi protagonisti. Con l’accusa di essersi mossi al di fuori di ogni regola formale. Il mitico “rito ambrosiano”, insomma. Se si arriverà a vedere alla sbarra nella veste di imputato una toga simbolica come quella di Piercamillo Davigo, la storia intera di Tangentopoli e di Mani Pulite subirà una frattura irreversibile. Perché disvelerà l’arroganza e la certezza dell’impunità come base ideologica di quella lotta del Bene contro il Male che fu ingaggiata trent’anni fa dai magistrati della Procura di Milano.

Il reato per il quale potrebbero finire processati Davigo e il suo “allievo” Storari è gravissimo per questi magistrati, perché mette a nudo la disinvoltura nei comportamenti e nelle procedure di chi ritiene invincibile il proprio potere. Il potere nella storia di trent’anni. Questa vicenda della Loggia Ungheria, che ricorda un po’ quella della P2 (cui la magistratura diede grande credito), può essere anche una grande bufala, un’invenzione dell’avvocato giocoliere Piero Amara, abituato a mescolare realtà e fantasie nelle sue deposizioni. Il pubblico ministero Storari aveva chiesto aiuto al suo mentore Davigo, perché riteneva che il capo dell’ufficio Francesco Greco mostrasse poco interesse all’indagine sulla veridicità delle parole dell’avvocato esterno dell’Eni. C’era il sospetto che un’eventuale iscrizione nel registro degli indagati per calunnia del legale ne avrebbe potuto compromettere la genuinità di testimone dell’accusa nel processo Eni. Se questa ipotesi fosse fondata, bisognerebbe pensare che la procura di Milano volesse a tutti i costi vincere quel processo -che invece perderà con l’assoluzione di Paolo Scaroni e Claudio Descalzi– anche accelerando e frenando, quasi giocando a nascondino con atti e testimoni pur di portare a casa il risultato. Sempre “rito ambrosiano?”.

Attorno a quel processo si sono mossi, nel passato e nel presente, molti personaggi che hanno avuto in qualche modo a che fare con Mani Pulite. Prendiamo per esempio Tonino Di Pietro, che pochi mesi fa ha rilasciato una sorprendente intervista all’agenzia Adn Kronos in cui ha criticato, proprio in relazione al processo Eni, il metodo investigativo del “tipo d’autore”: prima individuo la persona da indagare, poi vado a cercare il reato. È proprio lui, che nel pool Mani Pulite fu la star più visibile, più appariscente, a rivelare che già a quei tempi, trent’anni fa, qualcuno procedeva con quel sistema. «Quel modello di indagine –aveva detto- che non riguarda certamente solo il procuratore De Pasquale, già da quando c’ero io in procura rappresentava una spaccatura che permane ancora all’interno nella procura di Milano ma del sistema complessivo dell’attività investigativa italiana».

Si potrebbe riscrivere tutta quanta la storia giudiziaria italiana, con la revisione proposta da Di Pietro. E non è un caso che nell’intervista lui citi proprio Fabio De Pasquale, il pubblico ministero che indagò su Eni già negli anni novanta, quando si suicidò in carcere Gabriele Cagliari e che è stato anche il pm del processo sulla presunta tangente nigeriana terminato con l’assoluzione degli imputati e una ramanzina del presidente nei confronti dei rappresentanti dell’accusa. Del resto De Pasquale, insieme al collega Sergio Spadaro (nel frattempo trasferito alla procura europea) fa parte della seconda coppia di pm milanesi indagati a Brescia. Saranno nuovamente interrogati la settimana prossima, prima che il procuratore Francesco Prete decida sull’eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Devono rispondere di rifiuto di atti d’ufficio per la gestione del grande accusatore del processo Eni, Vincenzo Armanna, soprattutto per non aver portato nell’aula dichiarazioni che avrebbero scagionato gli imputati. Ma c’è anche di più, perché i due pm avevano anche tentato di introdurre la famosa polpetta avvelenata, quella che avrebbe costretto il presidente del tribunale giudicante all’autosospensione in quanto considerato “avvicinabile” dai legali degli imputati. Eccesso di sicurezza di sé, arroganza, disinvoltura? O la certezza che il “rito ambrosiano” comunque avrebbe sempre vinto su tutto e su tutti e che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di metterlo in discussione?

La terza coppia di magistrati milanesi indagati a Brescia è composta dal procuratore aggiunto Laura Pedio e Francesco Greco. Nei confronti dell’ex capo dell’ufficio è stata già chiesta l’archiviazione per il reato di omissione di atti d’ufficio per i ritardi nelle indagini. Un gesto anche di fair play da parte di un ex sottoposto nei confronti di colui che fu il suo dirigente a Milano. E anche una pietra sopra il fatto che lo stesso Greco, quando la polpetta velenosa definiva il presidente Marco Tremolada “avvicinabile”, si fosse affrettato a mandare l’atto a Brescia. Un gesto che appariva a tutela del giudice, ma che in quel covo di serpi che è ormai la procura di Milano, era stato interpretato come un siluro a colui che presiedeva quel tribunale che poi assolse i vertici dell’Eni. Anche in questo caso: arroganza, distrazione, puntiglio? O certezza che il “rito ambrosiano” vince sempre?

Laura Pedio, infine. La fedelissima, ormai orfana, dopo il pensionamento dell’ex procuratore Francesco Greco, è a sua volta indagata per omissione di atti d’ufficio per le tardive iscrizioni per la Loggia Ungheria e la gestione del “pentito” Armanna. Se non è zuppa è pan bagnato, insomma. È la maledizione dell’Eni che continua. E chissà che non sia proprio il colosso idrocarburi fondato da Mattei la buccia di banana su cui si azzopperà, magari per sempre, il mitico “rito ambrosiano”?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.