Sembra incredibile: il politico convinto di svolgere «un ruolo mondiale», deciso a trasformare il proprio movimento in un «partito nazionale» e sempre sul punto di candidarsi ora «alla guida del Paese» ora alla presidenza della Campania (salvo poi tirarsi indietro in zona Cesarini), non riesce a conquistare nemmeno un seggio da consigliere regionale in Calabria. Sembra incredibile, eppure è andata proprio così a Luigi de Magistris.

Nella corsa alla presidenza della Calabria, l’ormai ex sindaco di Napoli è arrivato terzo dietro lo sfidante di centrodestra Roberto Occhiuto e la leader del centrosinistra allargato al Movimento Cinque Stelle Amalia Bruni. E così, legge elettorale alla mano, essendosi candidato soltanto come governatore e non anche come consigliere, è rimasto fuori dal parlamentino calabrese. E, forse una volta per tutte, dalla politica. Un risultato assai deludente per il “sindaco con la bandana”, abbandonato durante la campagna elettorale da due alleati del calibro del geologo Carlo Tansi e dello scrittore Pino Aprile. Un destino simile è toccato ad Alessandra Clemente che proprio de Magistris aveva indicato come erede alla guida del Comune di Napoli.

L’ex assessora si è piazzata al quarto posto dietro Gaetano Manfredi, Catello Maresca e Antonio Bassolino riportando – nel momento in cui questo giornale va in stampa – poco più del 5% dei voti. Ad “azzopparla” sono stati non solo la schiacciante eredità di dieci anni di disastri politici e amministrativi, ma anche il vergognoso trasformismo di alcuni suoi ex colleghi di giunta che non hanno esitato a rinnegare il proprio passato per “accasarsi” nella coalizione guidata da Manfredi. Messi insieme, la performance elettorale di de Magistris e quella di Clemente non fanno altro che certificare (stavolta definitivamente) il naufragio di un’esperienza amministrativa che ha messo in ginocchio Napoli, facendone una città indebitata fino al collo, con servizi a cittadini e imprese pressoché azzerati e vivibilità ridotta ai minimi termini. E, oltre il modello gestionale, è miseramente fallito anche quello politico, basato sulla demagogia spicciola e sul ribellismo fine a se stesso.

Che cosa resta, dunque, di dieci anni di “rivoluzione arancione”? Di sicuro le chiacchiere, le promesse e le esagerazioni di un sindaco che, dal 2011 a oggi, è arrivato ad annunciare la costituzione di una flotta di 400 navi per il soccorso dei migranti in mare, il conio di una moneta cittadina in aggiunta all’euro e persino l’avvio di una produzione locale di lavatrici con l’obiettivo di salvare dal licenziamento gli operai dello stabilimento Whirlpool di via Argine. Insomma, un pericolo scampato per la Calabria, regione dalle straordinarie potenzialità ma capace di inanellare un’incredibile sequenza di record negativi (a cominciare da quello sui livelli di assistenza), e un triste ricordo per Napoli, chiamata a mettersi alle spalle i danni provocati dalla peggiore amministrazione della sua storia.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.