Da reparto investigativo di punta a “passacarte” della prefetture. È il triste epilogo della Dia (Direzione investigativa antimafia), il reparto d’eccellenza creato nel 1991 da Giovanni Falcone per contrastare efficacemente il crimine organizzato. La genesi della Dia è nota: l’esperienza del maxi processo di Palermo aveva evidenziato le criticità dei classici metodi d’indagine nella lotta alla mafia. Per condurre le investigazioni più delicate e complesse, la magistratura aveva bisogno di una polizia giudiziaria maggiormente qualificata. La soluzione proposta da Falcone fu, dunque, quella di ottimizzare le esperienze operative delle forze di polizia in un’unica realtà investigativa. Nacque quindi nel 1991 la Dia, con la fusione di carabinieri, polizia e guardia di finanza. A distanza di quasi trent’anni, il reparto ha però assunto le fattezze dell’esercito del Maresciallo Kim, dove i comandanti sono più dei soldati. Una fonte interna ha riferito che il rapporto sarebbe di un funzionario ogni tre agenti.

Le pattuglie, ad esempio, sarebbero composte anche da due tenenti colonnelli perché mancherebbero i marescialli. Come mai si è giunti ad uno scenario da Corea del Nord? Secondo la fonte, se i vertici della Dia richiedono ai comandanti delle forze di polizia il personale, il più delle volte non viene autorizzato al transito. Pare che siano rarissimi, se non inesistenti, i trasferimenti di personale già specializzato nel contrasto alle mafie. Ai carabinieri del Ros, ad esempio, è precluso l’accesso alla Dia. La Dia ha sede in ogni distretto di Corte d’Appello. Senza transiti gli organici si stanno riducendo e alcune sedi sono composte adesso di solo venti unità. E ciò soprattutto nelle regioni del centro e del nord dove il pericolo del riciclaggio di denaro è una costante da anni. Ma cosa fa in concreto questo esercito di ufficiali? Molto poco, sempre da quanto risulta al Riformista. Spesso si limita ad evadere le certificazioni antimafia richieste a pacchi dalle prefetture, controllando al massimo i precedenti sulla banca dati delle forze di polizia, perché non vi sono uomini per fare le verifiche sul territorio.

“L’ostruzionismo” delle forze di polizia non riguarda solo il personale ma anche l’accesso alle banche dati più qualificate. Pare che ai finanzieri sia precluso l’uso delle banche dati “economiche”, a iniziare dal terribile “Serpico”. Il motivo? Gelosia. Il comando generale della guardia di finanza vede come “competitor” la Dia in materia di contrasto sul piano economico. Lo stesso per i poliziotti. Non hanno nessuna possibilità di accedere alla banca dati degli alloggiati nelle strutture ricettive, banca dati nata nel periodo del terrorismo ma oggi altrettanto importante nel contrasto alla criminalità organizzata. Le Procure della Repubblica, sapendo come si è ridotta la Dia, non delegano più da tempo le importanti indagini antimafia perché consapevoli della scarsità di uomini e mezzi tecnologici a disposizione. Visti i ridottissimi organici alla Dia non riescono nemmeno a fare le indagini penali classiche, quelle sul territorio, quelle con le intercettazioni telefoniche, con i pedinamenti, le osservazioni perché non vi sono uomini per fare i servizi. Poi ci sono gli “scivoloni” della politica.

Tralasciando Marco Minniti che da ministro dell’Interno nominò nel 2017 Giuseppe Calderozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per la vicenda dei pestaggi alla Diaz del G8 di Genova, vice capo operativo, nessuno ha mai preso di punta il problema. Ci vorrebbe coraggio per chiudere la Dia e poi sarebbe una decisione subito strumentalizzata, dove il proponente verrebbe accusato di abbandonare il contrasto alla mafia. Ma nello stesso tempo nessuno vuole mettersi contro i comandi generali delle forze di polizia e il dipartimento della pubblica sicurezza per pretendere che la Dia sia messa nelle condizioni di operare in modo efficace e completo. Alla fine, come nelle migliori tradizioni italiche, si è optato per la scelta di lasciare tutto così com’è. Senza infamia e senza lode.