«Chi sono i mafiosi? Sono criminali senza alcuna pietà che ritengono di essere i padroni della vita e della morte, ma sono esseri infelici che si nutrono di ingiustizie e del sangue di innocenti, spargendo lutti ed odio a piene mani…». E ancora: «Se non pagano per i loro delitti e se non si pentono dei loro peccati, li attende un baratro senza fine. Non ho spirito di vendetta e, nel loro interesse, per il mio Vito allo Stato ho chiesto giustizia e a Dio li affido perdonandoli. Infatti ritengo che, se nutriamo spirito di vendetta non faremmo altro che aggiungere barbarie a barbarie, in una catena di orrori senza fine». Sono parole di Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta di Giovanni Falcone, morto insieme al magistrato nell’attentato di Capaci.

Sono meno dure di quelle pronunciate durante il rito funebre per le esequie del marito e dei morti della strage, meno dure di quelle che, nella camera ardente, chiedevano al ministro Spadolini di vendicare i martiri. Sono parole contenute in una lettera del 2015, a 23 anni di distanza, indirizzati agli alunni di una scuola ligure durante l’ennesima commemorazione del massacro. Rosaria si è trasferita in Liguria, ha messo in un canto del cuore le rovine, si è costruita una nuova famiglia portandoci dentro il figlio che aveva avuto con Vito: Emanuele, che è diventato finanziere. E Rosaria ha un fratello che ora è stato arrestato per mafia, ed Emanuele ha uno zio che è accusato di appartenere a quell’organizzazione che lo ha privato del padre. C’è un vecchio cunto, dice: «Gli abitanti del versante orientale del Mongibello, dopo aver goduto del tepore del sole lo aspettavano sulla cima del monte e lo coprivano con una maschera, ogni giorno più mostruosa. Gli abitanti del versante occidentale non avevano mai potuto godere del suo calore. Anzi erano terrorizzati dalla sua orripilante faccia. Scappavano dal loro mondo, andando lontano o consegnandosi schiavi agli artefici dell’inganno. Tutto sin quando uno schiavo arguto, scoperto il trucco, non si nascose a levar la maschera apposta al sole dai levantini».

Il Mongibello è per i siciliani il vulcano. Per i continentali è l’Etna. Sempre fuoco sputa, ma può essere l’uno o l’altro, a seconda di come lo si voglia vedere. A certe latitudini nulla è come sembra, gli schemi generali non valgono, non possono applicarsi dappertutto, nello stesso modo. Non si possono apporre alle vicende umane e ai percorsi culturali tortuosi, figli di sovrapposizioni continue. Così nella stessa famiglia Impastato c’è il veleno e l’antidoto alla pozione mortale. Non perde di rilievo morale la figura di Rosaria, resta intangibile il sacrificio di Vito, anche se Giuseppe Costa, per ora solo indagato, davvero dovesse essere ritenuto affiliato alla famiglia mafiosa della Vergine Maria, davvero fosse agli ordini di Gaetano Scotto.

Gaetano Scotto che attualmente è indagato per mafia, ma contemporaneamente è parte civile nel processo sul depistaggio della strage di via D’Amelio contro tre poliziotti, dopo essere stato prima condannato all’ergastolo e poi assolto per la morte del giudice Borsellino e degli uomini della sua scorta. La notizia dell’arresto di Giuseppe Costa, muratore incensurato di 53 anni, fa scalpore, certo, per le parentele, ma è un fatto tutt’altro che sorprendente alle latitudini basse: non perché tutto sia mafia o lo possa essere. Perché la mafia è il terrazzo di don Mariano, del Giorno della Civetta, lo Stato lo guarda dalla caserma del partigiano Bellodi e non lo capisce perché la gente sale e scende da quella veranda. Continua a guardare solo con gli occhi del carabiniere, utilizzando il bianco e il nero. Mentre don Mariano possiede un’infinita gamma di colori per dipingere gli uomini. Il Sud è un susseguirsi continuo di bivi e intersezioni, tutti senza cartelli indicatori. È facile smarrirsi. È complicato orientarsi. Si vaga cercando di capire chi siano i compagni di viaggio. E manca quasi del tutto la possibilità di riprendere il cammino dall’inizio.