C’è un solo modo, concreto e pubblico, per stanare le furbizie e gli ormai celebri ‘distinguo’ sul capitolo della violenza politica. Ormai, e purtroppo, sempre più diffusa e sempre più ramificata nel nostro paese. Parliamo, cioè, di una violenza politica ormai collaudata e presente in molteplici manifestazioni che vengono puntualmente organizzate da realtà o contigue o che comunque non prendono mai in seria considerazione l’ipotesi di una distanza netta da quei mondi. Si tratta di quei gruppi antagonisti riconducibili all’area frastagliata e composita dell’estremismo di sinistra che individua il nemico da battere e da annientare nello Stato democratico, nelle Forze dell’Ordine soprattutto e in tutto ciò che è riconducibile ai principi e ai valori democratici.

Ma, e per tornare all’inizio di questa riflessione, adesso c’è una sola strada per battere questa deriva criminale e terroristica che rischia, se non adeguatamente affrontata e governata, di mettere in discussione le regole fondanti del nostro ordinamento democratico. E la strada è già stata praticata nel passato di fronte alla stagione, ancora più drammatica e devastante, del terrorismo rosso negli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. Ovvero, la ricetta si chiamava ieri e si chiama oggi “unità politica ed istituzionale”. Unità innanzitutto e soprattutto tra i partiti, tra tutti i partiti. Di maggioranza e di opposizione. Un’unità, però, non di facciata o meramente protocollare o burocratica. Per intenderci, di fronte ai ripetuti, insistenti e ormai sempre uguali atti di teppismo violento e criminale, la sola denuncia della violenza non è più sufficiente. Non basta prendere le distanze il giorno dopo o denunciare banalmente l’accaduto.

Dopodiché riprendere, come il giorno prima, i soliti distinguo, le solite prese di distanza, le ormai collaudatissime analisi sulla complessità del fenomeno, sul disagio sociale e via discorrendo. È oramai giudizio comune citare la concreta esperienza del Pci quando ebbe il coraggio di denunciare pubblicamente, attraverso atti politici chiari e comprensibili da tutti, che all’interno di quella comune cultura politica comunista e di sinistra si annidavano schegge impazzite – gli ormai famosi “compagni che sbagliano” – che andavano prima denunciate, poi isolate e infine politicamente combattute. E così fece il Pci di Berlinguer e la Cgil di Lama senza sconti politici, senza distinguo culturali inopportuni ed anacronistici e, infine, senza alcun cedimento sentimentale o nostalgico. E la piaga terroristica e criminale degli anni ‘70 fu battuta anche e soprattutto per il concreto comportamento assunto dal Pci, dai suoi dirigenti, dalla sua struttura periferica e dalla rete capillare del tradizionale “sindacato rosso”, la Cgil.

Ecco perchè l’unità politica ed istituzionale dei partiti democratici di fronte al risorgere di una inedita e preoccupante stagione di violenza di piazza è, oggi, uno dei principali elementi che confermerebbe la piena maturità democratica e costituzionale della politica italiana. Se così non fosse, rassegniamoci ad una stagione dove la violenza politica potrebbe diventare non solo protagonista ma innescare anche meccanismi e dinamiche ad oggi neanche lontanamente immaginabili.