Il decennale della scomparsa di Francesco Cossiga rischiava di svolgersi nel modo peggiore. Opposte fazioni di storiografi improvvisati e improvvisatori si preparavano a scendere in campo. Giancarlo Caselli, prevenuto accusatore di ieri e di oggi, andava adoperandosi per risvegliare ogni desiderio di menar le mani. Solo la compostezza di argomenti e la finezza di sentimenti con cui la figlia Annamaria, in una bella intervista al Corriere della sera di agosto, ha saputo poi diradare il pessimo clima che si annunciava. Certo, la riflessione su un personaggio controverso e perfino contraddittorio, ma tutt’altro che indegno, meritava pacatezza, intelligenza e profondità di riflessione, sempre più difficile nell’Italia di oggi.

Lo riconosceva Rino Formica sul Domani di ieri avvalendosi dell’equilibrio democristiano, nel senso meno angusto del termine, della commemorazione sassarese di Sergio Mattarella il 24 settembre. Entrambi, Mattarella e Formica, hanno reso onore alla memoria di Cossiga prendendo le mosse soprattutto dal messaggio impegnativo e coraggioso con cui l’allora presidente della Repubblica si era rivolto alle Camere il 26 giugno del ’91. Con buona pace dei cultori di due fasi distinte e diverse della presidenza Cossiga, una anteriore e l’altra successiva a quel messaggio, una cosiddetta demitiana e berlingueriana e una, invece, esplicitamente forlaniana e craxiana, quel messaggio conteneva e anticipava il dramma della nostra storia nazionale. A rileggerlo a tanti anni di distanza, grazie alle citazioni proposte da Mattarella e Formica, vengono quasi i brividi.

Vi si rivendicava la piena continuità con il mandato assunto sin dal suo insediamento al Quirinale e che dalla metà degli anni ottanta imponeva l’apertura di una nuova fase costituente: senza adeguato rinnovamento istituzionale sarebbero venute meno le basi della nostra convivenza. Vi si dischiudeva una prospettiva di politica costituzionale che superasse i ruoli di presidente notaio o presidente imperatore (per dirla con Ludovico Ortona). Il Parlamento non volle far sentire la sua su quel messaggio, bloccando ogni prospettiva che qualche mese prima si era dischiusa nella Commissione Bozzi. Cossiga venne rubricato fra i presidenzialisti (con evidente scortesia per presidenzialisti veri come il suo amico Zamberletti), mentre il senso del messaggio era soltanto di massima libertà di soluzioni e di modelli. In realtà quello del presidenzialismo fu, un po’ come per Craxi, l’alibi per evitare un confronto di idee e per inoltrarsi nello scontro di demonizzazione degli avversari politici. Si approdò così a una stagione che contemplava il trionfo dell’esercizio dell’azione penale più puro e più duro, ci si liberò della politica e dei partiti. A suo modo ci si inchinò precocemente alla forza dell’antiparlamentarismo prossimo venturo.

Cossiga fece in tempo a comprenderlo e a vivere ancora una stagione di sofferenza interiore. Per lui fra i mali dell’Italia repubblicana c’era stata anche una degenerazione “andreottiana”. Nel suo “ex-partito” il profilo degasperiano si era appannato. Ma la sua furia anti-Andreotti ebbe sempre il limite di un grande rispetto, e forse affetto, per le ragioni che anche ad Andreotti erano pur sempre da riconoscere. Da quando aveva iniziato a muoversi la procura di Caselli, Cossiga decise di astenersi da ogni esternazione contro Andreotti. Era il suo modo, profondo e autentico, di voler bene alla Costituzione, all’Italia.