Che tutti condannino la violenza è un dato pacifico, e non potrebbe essere altrimenti: nessuna forza politica minimamente seria può inneggiare alla violenza politica, men che meno davanti al bilancio di sabato in Val di Susa (agenti feriti, mezzi in fiamme, un assalto condotto da centinaia di incappucciati con caschi, maschere antigas e mortai artigianali). Un’organizzazione e un’efficacia che da sole smentiscono la favola della rabbia spontanea. E infatti le condanne della sinistra sono arrivate puntuali, tutte declinate nella forma più sicura: la solidarietà alle forze dell’ordine.

Forma doverosa, ma che merita uno sguardo più attento, perché consente un’operazione sottile: condannare l’indirizzo della violenza senza condannarne il senso. Si dice che è male ferire gli agenti; non si dice che è sbagliato voler impedire l’opera con la pressione della piazza. Il “senza se e senza ma” unitariamente dichiarato, a ben leggere, un se e un ma li contiene quasi sempre: la nota dei parlamentari M5S condanna chi “delinque” ma prosegue rilanciando l’inutilità dell’opera e i suoi costi; il deputato AVS Grimaldi ammonisce che “la pace si costruisce ripensando quest’opera“, che è un modo elegante per fare della fine delle violenze una merce di scambio politica. Come se la protesta di una minoranza, perché questo resta chi vuole fermare un’opera decisa da Parlamenti e trattati, conservasse una legittimità superiore alle decisioni democratiche che contesta.

C’è poi una contraddizione storica che le dichiarazioni di questi giorni si guardano bene dal ricordare. La sinistra che oggi mostra comprensione per le “ragioni della Valle” è la stessa che, al governo, l’opera l’ha fondata e blindata: l’accordo italo-francese del 2001 porta la firma del governo Amato; il governo Prodi, con dentro una sinistra radicale dichiaratamente No-Tav, congelò Venaus ma non cancellò nulla, spostò il tracciato; i governi a guida Pd hanno firmato e ratificato i trattati del 2015-2017 che oggi rendono la Torino-Lione un obbligo internazionale. Perfino il M5S, l’unico ad aver davvero provato a fermarla, finì con il via libera di Conte nel 2019. In trent’anni, nessun governo con la sinistra dentro ha mai fermato la Tav: l’ha firmata, sospesa, spostata, ratificata, ma comunque sempre confermata. Alimentare le file di un movimento a parole e confermarne la sconfitta nei fatti: difficile immaginare un modo più efficace per radicalizzarlo.

Ed è qui il punto che le condanne di rito non toccano: la violenza organizzata non vive di sola ideologia, vive di sponde. Vive di un’area politica che condanna l’episodio ma non recide mai il rapporto con l’ambiente che lo produce, che siede ai festival da cui partono le marce, che tiene aperto il canale della “giusta protesta” dentro cui il blocco nero si mimetizza. Lo si è visto a Bologna pochi giorni fa: il sindaco Lepore ha convocato a caldo una piazza per la morte di Fakir, e la serata è finita con sessantaquattro agenti feriti.

Lepore ha preso le distanze dai disordini, e non merita le minacce ignobili che ha ricevuto; ma la critica per quella convocazione imprudente non è venuta solo da destra: persino il presidente Pd dell’Emilia-Romagna ha ricordato che chi convoca le piazze “gioca sulla pelle degli altri“. È esattamente questo il discrimine che manca in Val di Susa: non la condanna del sasso, che costa nulla, ma la rottura politica con chi il lancio del sasso lo prepara, lo copre e lo rivendica. Finché quella rottura non arriva, i gruppi violenti continueranno ad avere ciò che a ogni movimento eversivo serve più delle bombe: un retroterra che li giustifica a mezza voce.