Italia
Sicurezza, Bologna e Val di Susa riaprono il dibattito. L’errore della destra? Affrontare il tema solo in chiave repressiva
Ogni giorno ha la sua pena. E oggi le inquietudini degli italiani si concentrano soprattutto sull’ordine pubblico, scosso da episodi di cronaca nera, dall’azione di lupi solitari ispirati al terrorismo jihadista e da manifestazioni che troppo spesso degenerano in autentiche guerriglie urbane. Quanto accaduto a Bologna e in Val di Susa non può essere archiviato come un episodio isolato in attesa della prossima esplosione di violenza. È un fenomeno che merita un’analisi politica e istituzionale più profonda.
Quando nei cortei compaiono gruppi organizzati, persone incappucciate, tecniche di scontro già sperimentate e, come nel caso della Val di Susa, militanti provenienti anche dall’estero, è legittimo chiedersi se si tratti esclusivamente di dinamiche spontanee oppure se esistano reti organizzative, canali di sostegno o strategie che puntano ad alimentare tensioni sociali. Sono interrogativi che spettano anzitutto alla magistratura e agli apparati investigativi, ma che la politica non può ignorare. L’Italia, per la sua posizione geopolitica e per la sua tradizionale fragilità politica, è stata spesso terreno di confronto tra spinte radicali e tentativi di destabilizzazione. La storia degli anni di piombo insegna che accanto ai gruppi violenti possono svilupparsi quelle “aree grigie” che, pur senza partecipare direttamente agli scontri, finiscono per giustificarli o minimizzarli. Un tema richiamato in passato sia dalla procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, sia dall’ex presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino.
Nel 2027 numerosi Paesi europei, tra cui l’Italia, saranno chiamati alle urne. Sarebbe ingenuo escludere che movimenti estremisti o interessi esterni possano tentare di sfruttare il clima politico e sociale per esasperare le contrapposizioni. Proprio per questo la vigilanza democratica deve essere ancora più alta. L’errore della destra è quello di affrontare il tema quasi esclusivamente in chiave repressiva. Le forze dell’ordine sono indispensabili e meritano sostegno, ma da sole non possono rappresentare l’intera risposta dello Stato. Accanto al contrasto dei reati servono prevenzione, intelligence, formazione, controllo del territorio, capacità di intercettare i processi di radicalizzazione e una cultura istituzionale capace di prevenire i conflitti prima che esplodano. L’errore della sinistra è stato spesso quello opposto: affrontare il problema con eccessiva cautela, quasi temendo che parlare di ordine pubblico significasse rinunciare alla tutela dei diritti. Il silenzio di una parte della sinistra sui gravi episodi della Val di Susa conferma una difficoltà politica che dura da tempo.
Difendere il diritto di manifestare non significa giustificare chi trasforma una protesta in un assalto alle istituzioni. La sicurezza non appartiene né alla destra né alla sinistra. È un bene pubblico essenziale, perché tutela anzitutto i cittadini più esposti, le periferie, i lavoratori, gli anziani e chi vive ogni giorno dove l’illegalità restringe concretamente gli spazi della libertà. La cultura riformista ha sempre sostenuto che libertà e legalità non sono valori alternativi, ma complementari. Uno Stato democratico non è tanto quello che reprime di più, quanto quello che previene meglio, che investe nell’intelligence, nella formazione, nella coesione sociale e nella professionalità delle forze dell’ordine, intervenendo con fermezza contro chi sceglie la violenza come strumento politico.
È proprio qui che destra e sinistra mostrano i loro limiti: la prima continua a privilegiare una lettura prevalentemente repressiva, la seconda fatica ancora a riconoscere che l’ordine pubblico è una componente essenziale della giustizia sociale e della tutela delle libertà individuali. In realtà non esiste una democrazia forte senza sicurezza, così come non esiste una vera sicurezza senza libertà. Questa dovrebbe essere la sfida del riformismo: sottrarre il tema agli slogan ideologici e ricondurlo nell’alveo della cultura di governo. Perché garantire l’ordine democratico significa difendere i diritti dei cittadini, non limitarli; significa proteggere la Repubblica da ogni deriva eversiva, qualunque sia il colore politico di chi la alimenta. È questa la lezione che una moderna cultura riformista può offrire all’Italia.
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