Mettersi a parlare d’arte mentre il Paese è sull’orlo del collasso economico, e la pandemia è tutt’altro che debellata, può parere un lusso da intellettuali con la testa fra le nuvole, come i teologi bizantini che disquisivano sul sesso degli angeli mentre Costantinopoli era assediata dai Turchi. Ma quella discussione non mirava tanto a determinare il genere, maschile o femminile, delle gerarchie celesti, quanto a chiarire se gli angeli avessero davvero potuto congiungersi con le “figlie degli uomini” – dunque se tra gli uomini esistessero radicali distinzioni genetiche, e soprattutto se gli angeli avessero un corpo o fossero invece puro spirito. Proprio del corpo vorrei parlare, in questo momento di distanziamento e mascherine, e di corpo in riferimento all’arte.

Il punto di partenza, perché il più critico, non può essere che il teatro. Si sta ipotizzando di riprendere spettacoli con le telecamere e mandarli in streaming, o di recitare solo monologhi o drammi con pochissimi personaggi (debitamente distanziati) per sparsi spettatori all’aperto, o di organizzare festival estivi che durino dodici mesi. Ma è impossibile pensare al Living o a Jerzy Grotowski, distanziati: il corpo vivo e presente dell’attore, nell’interazione con altri corpi vivi e presenti, è essenziale nel teatro, anche in quello più classico; è impossibile immaginare un contrasto in scena (o alle prove) tra due attori senza uno scambio consistente di droplets. Certo, la creatività dei singoli potrà inventare molto, ma gran parte del fascino e della forza di questa forma d’arte è, per il momento, sospesa.

Altrettanto si può dire, se pure in grado leggermente minore, per la musica. A parte l’amenità di pensare a coristi con le mascherine, o a violinisti con e oboisti senza, quel che fa la bellezza di un concerto o di un’opera lirica è la tensione che di volta in volta si crea, con sguardi e scambi d’emozioni, tra i musicisti tra loro, e coi cantanti e col direttore – quell’impalpabile miracolosa sintonia che il pubblico avverte e che fa la differenza tra un’esecuzione memorabile e un modesto ripetitivo compitino. Figuriamoci per i concerti rock e pop, inesistenti senza l’entusiasmo liberatorio di una folla sfrenata. Ora si cerca di suonare e cantare ciascuno da casa propria, con l’idea che tanto la musica unisce comunque e che in periodo d’emergenza alle imperfezioni del sonoro ci si passa sopra.

«Due smanacciate sul pianoforte e via», diceva l’altro giorno Riccardo Fogli in televisione; quello che conta è metterci l’anima per far sentire la solidarietà e lenire la solitudine. Quando negli anni scorsi si discuteva del divario tra musica dal vivo e la sua riproduzione digitale, si accusava quest’ultima di freddezza e di irrealtà perché era troppo perfetta, senza quelle sbavature che la rendessero umana; oggi si è passati all’estremo opposto, si accetta la riproduzione tecnologica proprio perché è umanamente compassionevole, e se è mal suonata chi se ne importa. Il rischio, temo, è che potremmo abituarci a un abbassamento della qualità a favore della buona intenzione, e che la moneta cattiva scacci quella buona.

Lo stesso, rischiando lo snobismo, si potrebbe dire per le arti figurative: nessuna riproduzione, per quanto minuziosa, può sostituire l’emozione conoscitiva di trovarsi corporalmente di fronte alla Veduta di Delft di Vermeer o alla Trinità di Rublëv. Anche qui, questione di sensazioni tattili e spirituali, di pennellate, di vicino e lontano che si alternano e si scambiano. Insomma, certo si potranno inventare performance concettuali, si potranno scatenare fotografia e video, ma l’arte su cui si è fondata la nostra cultura deve accontentarsi, per ora, di surrogati. È sopportabile ma basta saperlo, non perdere la coscienza del vuoto. La spinta verso la virtualità era già abbastanza forte e pericolosa; il timore è che, nell’ansia di inventarsi “un nuovo modo di vivere”, la virtualità venga percepita come normale, naturale e quasi conveniente. Basti pensare a come ci stiamo abituando a chiamare “smart” la forma meno intelligente di lavoro: chiudere contratti o fare lezione senza guardare l’interlocutore negli occhi, senza coglierne il linguaggio del corpo; un’amputazione che nessun vero maestro e nessun commerciante di bestiame si sentirebbe di accettare a tempo illimitato.

Non è solo l’arte a essere colpita dalla sindrome del surrogato. C’è per esempio lo sport: con le partite di calcio senza tifosi, gli allenamenti solitari senza possibilità di spogliatoio. Si prospetteranno rugbysti che tengono le distanze nella mischia? Ciclisti in salita con le mascherine, lottatori coi guanti unti di gel? E poi c’è il sesso, il corporeo sognante sfacciato sesso. Già ai tempi dell’Aids si era inventato, nei locali gay, il sesso virtuale attraverso una lastra di plexiglas; ma ora la faccenda è più universale, il contagiante può essere qualunque sconosciuto asintomatico, anzi qualunque “altro”, ed è sufficiente avvicinarsi a meno di un metro.

Tempi duri per gli amanti, che non possono dichiarare “stabile” il loro rapporto, anzi non possono proprio dichiarare il rapporto. E i ragazzi si trovano temporaneamente privati di quel fondamentale momento di crescita che è la sperimentazione sessuale, l’approccio estivo, il flirt. Non si accenni nemmeno, per carità, all’amore mercenario, tradizionale valvola di sfogo di tante famiglie per bene; è il momento di «darsi una regolata», come diceva l’altro giorno Lilli Gruber.

Mi viene in mente che, tra le occasioni sociali in cui è imprescindibile una tumultuosa vicinanza delle masse, la più importante è forse la rivoluzione. Le proteste e i flash mob, con i manifestanti relegati ciascuno nel proprio quadrato sanitariamente protetto, sono segno di responsabilità civile ma mai travolgeranno lo stato di cose presente. I ragazzi vedono incentivata l’espressione via chat dei loro sentimenti, scatenano la loro energia su TikTok o passano interi pomeriggi a giocare sulla playstation, in ambienti molto “realistici”. Mi piacerebbe che questo periodo forzato di repressione corporale li convincesse (nel profondo) che quel che gli vogliono vendere come magnifica “realtà aumentata” è, a tutti gli effetti, una realtà diminuita.