Che farà Catello Maresca, dopo essere stato sconfitto nella corsa a sindaco di Napoli? E, soprattutto, cosa potrà fare? Interrogativo non inutile, anche per capire – anticipiamo subito – quanto sia inadeguata la normativa vigente sul fenomeno tutto italiano dei magistrati che si candidano a cariche elettive politiche. Cominciamo dall’inizio.

Maresca ha dovuto mettersi in aspettativa dalla carica di sostituto procuratore ma solo perché si è voluto candidare nella stessa città (Napoli) in cui esercita le sue funzioni. Per legge infatti, i magistrati, per essere eletti alla carica di sindaco o consigliere comunale, devono cessare dalle proprie funzioni, ad esempio collocandosi in aspettativa non retribuita, ma solo limitatamente al “territorio nel quale [le] esercitano” (art. 60, commi 1 n. 6 e 3 Testo Unico Enti Locali). Questa già è una prima grave anomalia perché, come scritto su queste colonne lo scorso 6 febbraio, la legge, come fa già per le elezioni politiche e regionali, dovrebbe assolutamente vietare ai magistrati di candidarsi per le amministrazioni locali “nelle circoscrizioni sottoposte, in tutto o in parte, alla giurisdizione degli uffici ai quali si sono trovati assegnati o presso i quali hanno esercitato le loro funzioni per un congruo periodo” (delibera Csm del 21 ottobre 2015). Ciò per “evitare commistioni improprie tra la funzione giudiziaria e l’impegno politico” (delibera Anm del 6 marzo 2010) che offuschino l’immagine di imparzialità cui il magistrato è tenuto, per natura delle funzioni esercitate, nonché per evitare di esporsi a facili strumentalizzazioni dell’attività giudiziaria svolta.

La seconda anomalia è che tale obbligo di aspettativa vale solo, come detto, per il territorio in cui il magistrato esercita le sue funzioni. Pertanto, se Maresca si fosse voluto candidare Sindaco ad esempio a Roma, anziché a Napoli, non avrebbe dovuto mettersi in aspettativa, potendo quindi continuare a essere pubblico ministero. Anzi, c’è di più: l’obbligo di aspettativa non sarebbe scattato nemmeno se fosse stato eletto sindaco a Roma, dato che i lavoratori dipendenti (ma il magistrato lo è?) che assumono la carica di sindaco o di presidente del Consiglio comunale o circoscrizionale possono (e non devono) essere collocati a richiesta in aspettativa non retribuita per tutta la durata del mandato (art. 81 Tuel); né hanno alcun obbligo di comunicazione o di autorizzazione da parte del Csm (parere del 21 maggio 2014).

Maresca, com’è noto, non è stato eletto Sindaco ma comunque entrerà a far parte del Consiglio comunale dove anzi ha già preannunciato l’intenzione di rimanere per fare opposizione. È un suo diritto. Ma va aggiunto – e siamo alla terza anomalia – che, a prescindere che lo si consideri eletto a consigliere comunale o non eletto alla carica di sindaco, la legge non impedisce a Maresca di poter ritornare in magistratura purché altrove. Difatti, “i magistrati che sono stati candidati e non sono stati eletti non possono esercitare per un periodo di cinque anni le loro funzioni nella circoscrizione nel cui ambito si sono svolte le elezioni” (art. 8.2 D.p.r. n. 361/1957). I magistrati non eletti, quindi, possono ritornare a svolgere le loro funzioni, con l’unico limite che devono essere trasferiti all’ufficio giudiziario più vicino non compreso nella circoscrizione in cui si sono candidati. A conclusione non dissimile si perviene se si considera Maresca eletto alla carica di consigliere comunale perché, come detto, in questo caso per i dipendenti pubblici eletti l’aspettativa è solo facoltativa e non obbligatoria.

In definitiva, quindi, Maresca potrebbe esercitare contemporaneamente funzioni politico-amministrative e giudiziarie, purché in territori diversi. Riprendendo l’esempio iniziale, così come Maresca si sarebbe potuto candidare a Roma, restando sostituito procuratore a Napoli, oggi potrebbe fare il consigliere comunale a Napoli continuando a fare il magistrato a Roma. Quanto una simile soluzione incida sull’obbligo che i magistrati hanno di apparire – oltreché essere – imparziali lascio ai lettori giudicare. Tali anomalie invero sono state già oggetto di rilievi critici sia da parte del Csm (di cui v. anche la risoluzione del 28 aprile 2010) e dell’Anm (dalla quale non a caso Maresca si è dimesso per non osservarne il codice deontologico), sia da parte di organismi internazionali (v. il Rapporto 2016 del Gruppo di valutazione anticorruzione del Consiglio d’Europa).

Rilievi che, nonostante il tempo trascorso e le diverse proposte di legge presentate, non sono approdati ad alcuna modifica di una legislazione che evidentemente necessita urgentemente di essere aggiornata e allineata alla disciplina nazionale. La speranza è che la ministra della Giustizia promuova un intervento per rimuovere una delle più gravi ed evidenti anomalie non risolte dal legislatore e porre così fine a un fenomeno – le sliding doors tra politica e magistratura – che pare causa non ultima del crollo di fiducia dei cittadini verso quest’ultima. Ne va del buon andamento della giustizia e del prestigio dell’ordine giudiziario.