Il plenum del Csm si pronuncerà oggi sulla richiesta di archiviazione del caso di Catello Maresca, il procuratore generale della Corte d’appello di Napoli che sarebbe pronto a candidarsi a sindaco della città per il centrodestra. Secondo la prima commissione del Csm la condotta del pm partenopeo è corretta. In attesa che il plenum si esprima in via definitiva, la vicenda riaccende i riflettori sul ddl sull’incandidabilità dei magistrati che giace da anni in Parlamento.

Di chi è la colpa? «Dei Governi che si sono succeduti dal 2014 in poi, ma soprattutto del guardasigilli Alfonso Bonafede che a tutti i costi ha voluto inserire il testo nel disegno di legge delega sul riassetto dell’ordinamento giudiziario e del Csm», osserva il deputato Pierantonio Zanettin, membro della commissione Giustizia della Camera e relatore del testo. Ma che cosa prevede la riforma ipotizzata da Zanettin?

Primo: un magistrato non può candidarsi a sindaco se presta servizio in un ufficio giudiziario con competenza ricadente nel territorio della provincia in cui è compreso il Comune. Se questa norme fosse già in vigore, Catello Maresca non potrebbe puntare a Palazzo San Giacomo. Secondo: un magistrato è incandidabile se, quando accetta la candidatura, non risulta in aspettativa da almeno sei mesi. Se anche questa norma fosse stata già in vigore, Maresca avrebbe dovuto scegliere: rinunciare al Comune, visto che oggi è ancora in servizio, oppure prendersi una pausa qualche mese prima delle elezioni, così da confrontarsi liberamente con i partiti. Il pm napoletano, invece, continua a esercitare le funzioni nella stessa città che potrebbe presto ritrovarsi ad amministrare e, nel frattempo, si confronta con i leader del centrodestra.

In questa condotta non c’è alcun illecito. Ma se Maresca può fare, liberamente e contemporaneamente, il magistrato e il (potenziale) candidato sindaco, è perché c’è un vuoto normativo che il Parlamento non ha mai colmato. «È un’omissione dolosa e reiterata – attacca Zanettin – Il ddl era stato approvato dal Senato nel 2014, con una maggioranza bipartisan e al termine di complicatissime mediazioni, ma poi si è arenato. All’inizio di questa legislatura ho chiesto che il testo fosse rapidamente vagliato e approvato. Invece Bonafede ha voluto inserirlo nella delega sul riassetto dell’ordinamento giudiziario che richiede tempi più lunghi e ha esiti più incerti. Così una norma già esaminata e potenzialmente di immediata applicazione non è stata più approvata».

Difficile motivare la scelta di un percorso tanto tortuoso per un ddl che necessitava di pochi passaggi per ottenere l’ok definitivo: «Forse a Bonafede dava fastidio che le opposizioni assumessero un’iniziativa così significativa – immagina Zanettin – oppure c’è una parte della politica che vuole consentire ai magistrati di candidarsi a ruoli amministrativi più o meno indiscriminatamente». Eppure, nel 2015, il plenum del Csm, di cui Zanettin ha fatto parte, si era espresso a favore di una legge che disciplinasse l’impegno politico delle toghe in modo più puntuale. Opinione condivisa dall’Anm, come il leader napoletano De Chiara ha ribadito ieri al Riformista. Fatto sta che il vuoto normativo è rimasto e ha contribuito ad alimentare le polemiche su Catello Maresca. A favore  di quest’ultimo Zanettin sente di spezzare una lancia: «Non può essere messo in croce, il suo comportamento è legittimo proprio perché Governo e Parlamento non hanno colmato la lacuna in materia di candidabilità dei magistrati. E non sia il centrosinistra a lamentarsi – prosegue Zanettin – perché poteva fare di più per approvare un ddl atteso quasi da vent’anni».

Il rischio è che il testo non riceva l’ok nemmeno nel corso dei questa legislatura, se si considera la fragilità delle maggioranze sulle quali si sono finora retti i governi Conte. Un modo per uscire dalle sabbie mobili, però, c’è ed è proprio Zanettin a indicarlo: «Se il ministro della Giustizia dovesse cambiare e così anche la sua strategia, il mio testo potrebbe essere estrapolato dal disegno di legge delega sul riassetto dell’ordinamento giudiziario e del Csm in modo tale da trattarlo autonomamente: in quel caso al Parlamento basterebbero cinque o sei mesi per approvarlo e colmare così un vuoto legislativo ormai inaccettabile».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.