«Il rientro dei magistrati in aula dopo un’esperienza in politica? È una delle abnormità ammesse dal nostro ordinamento giuridico»: non usa mezzi termini Luigi Labruna, per anni professore di Storia del diritto romano e preside della facoltà di Giurisprudenza della Federico II. Sebbene impegnato in una battaglia contro il Covid, come tiene a precisare, Labruna commenta le parole di Catello Maresca, pm e candidato sindaco di Napoli, che al Riformista ha confessato la volontà di vestire nuovamente la toga qualora il suo percorso da pubblico amministratore dovesse terminare. E lo fa con la chiarezza di pensiero che l’ha sempre contraddistinto nella sua decennale carriera di studioso del diritto: «Sono e resto contrario alle cosiddette “porte girevoli” tra politica e magistratura – spiega Labruna – La trovo una pratica inopportuna, soprattutto nel caso in cui riguardi un pm che, dopo aver ricoperto una carica elettiva, torni in aula per svolgere l’attività requirente. E questo alla luce del principio in base al quale un magistrato è tenuto non solo a essere in concreto, ma anche ad apparire indipendente e imparziale».

Il nodo, secondo il professore, è la ricerca del consenso popolare nella quale chi ambisca a diventare sindaco o parlamentare, per esempio, deve necessariamente impegnarsi. Questa attività, infatti, impone al candidato di prendere posizione su determinati temi e, dunque, di comportarsi in modo tutt’altro che super partes. Il che, evidentemente, mal si concilia col ruolo imparziale e indipendente che il magistrato è chiamato a interpretare. «E questo vale per Maresca, che punta a diventare sindaco di Napoli, così come per tutte le toghe che intendano svolgere una funzione politico-amministrativa che è intrinsecamente “partitica”, cioè di parte».

C’è, tuttavia, un problema. Non sarebbe giusto, infatti, costringere un magistrato ad abbandonare la carica e a rimanere senza lavoro per il semplice fatto di essere stato protagonista di una più o meno lunga parentesi politica. «Al limite – riflette Labruna – si potrebbe pensare di consentire il rientro ai magistrati soltanto all’interno di collegi giudicanti e in una sede diversa da quella in cui abbiano ricoperto una carica politica o amministrativa. E poi diciamoci la verità: giudici e pm non avrebbero difficoltà a trovare un posto nella pubblica amministrazione al termine della loro esperienza in politica».

Oggi, allo studio di Parlamento e Governo, c’è una stretta sulle toghe in politica: l’ipotesi di riforma elaborata dalla commissione Luciani, voluta dalla ministra Marta Cartabia, impedirebbe ai magistrati di candidarsi  nello stesso territorio in cui hanno esercitato le funzioni e di tornare in un’aula di quella stessa circoscrizione per cinque anni, se eletti, o per tre, se non eletti. Anche su questo scenario il giudizio di Labruna è tranchant: «L’impegno della guardasigilli è encomiabile, mentre è inaccettabile che forze come il Pd si mostrino esitanti su  su una questione decisiva per l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura e, di conseguenza, per le garanzie di libertà dei cittadini»

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.