L’11 settembre, quando la curva dei contagi aveva già cominciato ad alzarsi in modo preoccupante, Vincenzo De Luca ostentava sicurezza: «La situazione va verso la normalità». A poco più di un mese di distanza, però, il governatore della Campania annuncia il coprifuoco a partire dalle 23 di dopodomani. Possibile che una situazione ritenuta «sotto controllo», come il presidente ha ribadito nelle scorse settimane, sia precipitata al punto tale da imporre una misura severa come il coprifuoco? Sul punto vale la pena di fare un ragionamento. In primo luogo una domanda: un simile provvedimento era indispensabile? O, meglio, è stato fatto tutto il possibile per evitarlo?

La risposta è no, almeno stando a leggere le dichiarazioni del virologo Andrea Crisanti contenute in un documento pubblicato da Lettera 150. Ad agosto l’esperto di malattie infettive ha proposto al governo un piano nazionale per i tamponi che avrebbe dovuto dotare l’Italia di una rete di laboratori fissi e mobili per aumentare a 400mila la quantità di test giornalieri ed evitare che alcune regioni ne effettuassero pochi (vedi la Campania) rispetto ad altre (vedi il Veneto). Quel piano è rimasto lettera morta e ora inchioda tanto il Governo nazionale, che dopo aver chiesto a Crisanti di mettere nero su bianco una proposta l’ha bellamente ignorata, quanto le Regioni, che non hanno alzato la voce affinché a Roma si dessero una mossa. Risultato: se si pensa a questo e alla carenza di terapie intensive in contesti come la Campania, per evitare il coprifuoco non è stato fatto tutto il possibile. Anzi.

La misura che De Luca si prepara ad adottare col placet deo Governo nazionale rivela un evidente deficit di programmazione. A settembre, come ricordato, il presidente della Campania si diceva convinto del fatto che i contagi sarebbero tornati alla normalità in pochi giorni. Quelle parole hanno allentato la tensione collettiva che già era bassa, visto che migliaia di campani avevano sfruttato la fine del lockdown e le ferie estive per abbandonarsi alla movida sfrenata e andare in vacanza in località ritenute a rischio. Ora De Luca fa dietrofront, annuncia il coprifuoco e ottiene l’invio dell’esercito in Campania perché il numero dei contagi e la saturazione degli ospedali hanno superato il livello di guardia. Vuol dire che lo sceriffo ha sottovalutato la situazione all’inizio di settembre o che non ha saputo governarla nelle settimane successive. Nell’incertezza ha prima chiuso le scuole (salvo poi riaprire asili ed elementari) e poi imposto lo stop alle attività dopo le 23.

È in questa prospettiva che a De Luca va rivolta una domanda: perché tutto ciò che doveva essere fatto per contenere gli effetti della seconda ondata di Covid – attrezzare gli ospedali dedicati, aumentare le terapie intensive e riorganizzare la medicina di base – non è stato fatto? Il governatore potrà rispondere dicendo che la Campania non dispone di personale sufficiente e che riceve la quota più bassa di risorse del fondo nazionale per la sanità. Eppure è stato lui a dirsi sicuro che la situazione sanitaria sarebbe presto tornata alla normalità. Ecco, De Luca dovrebbe rispondere a questo interrogativo perché solo dopo aver chiarito questo punto si può ipotizzare una netta inversione di marcia in termini di contenimento dei contagi, organizzazione della sanità, ristrutturazione di scuola e trasporti. E perché un lockdown completo, dopo le prime misure restrittive e il coprifuoco, segnerebbe non solo la morte della capacità regionale di previsione e programmazione, ma anche il definitivo collasso dell’economia della Campania.