Riconoscere la necessità di una cultura della Difesa significa principalmente combattere una serie di stereotipi che nel corso del tempo hanno marcato profondamente l’opinione pubblica nazionale e l’approccio culturale e sociale su un tema cruciale per il nostro presente e, indubbiamente, per il prossimo futuro. La stessa difficoltà con la quale accettiamo che le spese per la Difesa siano prioritarie ci fa comprendere quanto sia profondamente radicata l’idea secondo la quale ogni euro speso in armi, uomini e armamenti sia da considerarsi sottratto alla sanità, alla scuola, alla cultura. Come se uno Stato inerme, indifeso, possa considerarsi immune da rischi o minacce. Come se le armi fossero un fine e non un mezzo, e come se senza armi non si fosse nudi e pertanto inevitabilmente destinati a soccombere in un mondo avviato alla rincorsa alla potenza e alla forza.

Essere pacifisti non rappresenta alcuna garanzia di rimanere immuni da futuri traumi, ma ci esclude invece dalla scacchiera globale, dal poter giocare le nostre carte per ricostruire e ampliare le nostre storiche zone d’influenza. Il caso italiano è un caso unico, diverso persino da Germania e Giappone che come noi hanno condiviso la sconfitta nel secondo conflitto mondiale; è il frutto di un dibattito interno che ha preferito sopire ogni voce patriottica e denigrare valori e princìpi che rappresentano la religione civile di una nazione, attribuendo — erroneamente — al nazionalismo un’accezione negativa ed etichettando come “rigurgito fascista” ogni vocazione che si proiettasse oltre questa cultura gretta e mediocre, che una certa parte intellettuale nostrana ha imposto e diffuso. Una formula autolesionista che ci dipinge sempre come un’“italietta” e che tende a marginalizzare e ridimensionare le pagine gloriose del nostro passato, allo scopo di riscrivere la cronaca nazionale e denigrare lo Spirito patrio.

Tutta questa sovrastruttura ideologica – avrebbe detto Marx – è crollata con il mutare della necessità storica e con il crollo dell’età delle illusioni che per quarant’anni ci ha raccontato una realtà, che in verità non è mai esistita, ma era pur sempre comoda. La Difesa per noi è sempre stata un “di più”, una voce mal sopportata nel bilancio dello Stato da tanti personaggi che hanno ricoperto ruoli chiave nelle istituzioni repubblicane. Nonostante questa patina ufficiale o, per dirla alla Nietzsche, questo spirito apollineo utilizzato come immagine allo specchio, il nostro Paese si è sempre contraddistinto come vera eccellenza nel campo dei sistemi di Difesa, delle armi e delle tecnologie; tutto ciò è stato fondamentale per reggere l’urto delle politiche puerili in termini di fondi destinati alla Difesa che per decenni ci hanno tenuto in stallo.

Oggi tutto ciò non è più concepibile, e si apre dinanzi a noi la necessità di investire sempre maggiori risorse in un settore decisivo che, oltre al potenziale in termini di sicurezza, rappresenta un comparto chiave per lo sviluppo strategico e tecnologico del nostro Paese. Investire in Difesa significa prima di tutto puntare su una seria e concreta cultura della Difesa che rappresenti una solida base per una sempre maggiore “industria della Difesa”, fondamentale per sviluppare quel costante binomio tra ricerca e sviluppo che costituisce una risorsa anche per l’ambito civile, come la storia ci insegna. Investire in Difesa non è un “di più”, ma una necessità di oggi e un’opportunità per il nostro domani. Chi non l’ha capito seguita a commettere gli errori che ci hanno portato oggi a dover compiere una rincorsa per recuperare il tempo perso.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.